sabato 1 ottobre 2011

"Che ci vuole?"

Attenzione: questo testo contiene solo una parte dello scenario reale. E per fortuna che è solo una parte.

"Lavoro di concetto": mansione di tipo intellettuale.
Vuol dire che se svolgi "lavoro di concetto" la tua fatica dà come prodotto sostanzialmente un'idea, che può avere diverse forme di realizzazione pratica (un manifesto, una campagna pubblicitaria, un calendario, un programma televisivo, radiofonico o uno show in piazza, una locandina, un video, una foto, un sito web, un evento, e così via). Ma è sostanzialmente l'idea che c'è alla base, il vero prodotto del tuo lavoro.
La cosa che veramente accomuna tutti i Lavoratori di Concetto è essersi sentiti dire almeno una volta la seguente frase: "…e che ci vuole…?".
E tante volte ti sei chiesto, Lavoratore di Concetto, perché - dopo aver lavorato alacremente su un'idea - il cliente di turno ti chieda di cambiare pressoché tutto quanto (su come ciò avvenga servirebbe un altro post), dicendoti "E sì, tanto che ci vuole?".
Bene, te lo dico io perché ti succede: perché tu non spacchi la legna, caro mio.

Albert Einstein ha detto: "La gente adora spaccare la legna. In quest'attività i risultati si vedono subito".
E' una frase molto utile anche a chi fa lavoro di concetto. Se tu fossi un boscaiolo, caro Lavoratore di Concetto, nessuno si sognerebbe mai di dirti "Che ci vuole?". Perché si vede; poche cose sono più tangibili di una bella sequoia. Una sequoia non dura trenta secondi, non si apre con un click del mouse, non si può appallottolare e buttare nel cestino, non si esaurisce in una serata. Una sequoia è graaaande! E se qualcuno vede una pila di ciocchi di sequoia alta otto metri, non può che esclamare "Accidenti, che faticaccia ha fatto il boscaiolo!". E una settimana di lavoro è più che spiegata e giustificata e apprezzata.
Ma tu, Lavoratore di Concetto, vai dal tuo cliente con il tuo bel tascapane Eastpak dentro cui metti un portatilino, un taccuino, una penna e una bottiglietta d'acqua. E parli. Parli e spieghi un'idea. Un'idea che spieghi in quindici minuti, anche se tu ci hai messo una settimana per fartela venire, prendendo appunti in autobus, al cinema, a letto, nella pausa pranzo, ovunque ti venisse un pezzetto di idea in mente. Scartandone mille, tenendone da parte una ventina, lavorandoci attorno fino ad ottenerne una che ti sembrasse buona e degna del lavoro che ti hanno assegnato.
Ma ci metti un quarto d'ora a dirla. E chi ti ascolta non vede sequoie. Chi ti ascolta, ti sente parlare un quarto d'ora e pensa che tutto sommato tu, in un quarto d'ora, possa concepire una cosa ancora più figa. Perché, tanto, che ci vuole?



P.s. A me i boscaioli stanno molto simpatici, comunque. E ho molto rispetto per il loro lavoro.

lunedì 5 settembre 2011

Ha da veni'...

Farà più fresco, presto o tardi. "Non può piovere per sempre", diceva quello, non vedo perché dovremmo crepare di caldo per sempre.
E io il fresco lo accoglierò così: con un piatto di gnocchi filanti.

Prenderò un cipollotto e lo taglierò a rondelle sottilissime, che farò soffriggere in olio extravergine di oliva. Vi aggiungerò un trito di scottona (non farò stolte battute sulla "Vacca sul tetto che scottona"), e intanto metterò a cuocere gli gnocchi di patate. Un attimo e saranno pronti, allora li metterò in padella col resto, e aggiungerò della stracciatella sminuzzata. Lascerò che tutto fili e si amalgami sulla fiamma vivace, e aggiungerò un pizzico di noce moscata e mezzo cucchiaino di miele, affinché la leggera acidità della carne e del cipollotto si plachino, lasciando esprimere la stracciatella in tuo il suo bianco e filante splendore.

E stapperò un Aglianico, e brinderò al ritorno di Sua Maestà l'Autunno.

martedì 9 agosto 2011

Rivolte, pulizie, social network

"Il tam tam corre sulla rete…": così, con questa frase, almeno tre giornali tra ieri e oggi parlavano delle rivolte di Londra e dintorni, iniziate qualche giorno fa. La stessa identica frase.
Peccato che quegli stessi giornali, e la quasi totalità degli altri, dimentichi di notare che quella stessa rete, sempre più sorella del demonio nell'immaginario collettiv
o poco incline all'evoluzione e all'ammissione delle teorie di quest'ultima, sia fautrice di uno straordinario movimento di collaborazione contro quelle rivolte.
Da più parti l'internet si sta muovendo per raccontare senza fronzoli quello che sta succedendo, attraverso i 140 caratteri di Twitter, attraverso i post su Facebook e attraverso video e fotografie presi in loco e condivisi in tempo reale (come questo album flickr di Jason Cudd
y).
Si racconta, si fa cronaca nuda e cruda.

E ci si organizza per proteggere la città.
"Lei mi sta dicendo che dall'internet sta nascendo qualcosa di buono e non violento?". Sì, signora mia (non sarebbe la prima volta, ma ne parleremo in un altro momento).
Dall'internet si sono mossi a partire da Twitter con la cronaca delle rivolte tramite lo hashtag #londonriots.

Dopo gli hashtag, qualcuno ha creato il profilo Twitter @RiotCleanup, e lo ste
sso è successo su Facebook, con altre due pagine (qui e qui).
Clean-up? Pulizie? Esattamente. Gruppi di persone, cittadini comuni dotati di internet e buon senso, si sono riuniti per ripulire le strade devastate dalle rivolte.
Ma non basta. Per organizzarsi meglio, il movimento delle scope e delle palette ha creato il sito web riotcleanup.co.uk

E se avete trovato foto di qualcuno che simpaticamente saccheggia un negozio, spacca una vetrina in allegria, incendia un'auto con letizia o ha furbescamente scritto sul suo account twitter di essersi fregato un sacco di roba con la scusa delle rivolte, beh, potete segnalarlo a "Catch A Looter". E se non avete visto nessuno perché magari siete altrove, date comunque un'occhiata a questo microblog (e, in generale, non voltate lo sguardo solo perché non siete a Londra): ci sono delle foto che fanno pensare sul serio. E che forse parlano molto di più di un servizio del tg4 che getta panico come segatura sulla pipì del gatto e se la prende solo con feisbuk e tuitter.

P.S. E se qualcuno dovesse avere il dubbio che non stia succedendo poi granché, ecco un bel "Prima e dopo" in omaggio.

lunedì 25 luglio 2011

La colpa è tua, norvegese.

Oggi ne ho sentito parlare da più persone, in più contesti (un'analisi ben più sobria ed efficace di questa la trovate qui). Così alla fine ho ceduto e sono andata anche io a leggermi la colonna e mezzo che Vittorio Feltri ha dedicato alla strage in Norvegia.

Avrebbe potuto usare quello spazio per esprimere sincero cordoglio a una nazione devastata dallo sconcerto e dal dolore. O avrebbe potuto chiedere scusa per aver dato a casaccio la colpa ai musulmani in un bel titolone a nove colonne sull’onda – letteralmente – d’urto dell’accaduto. Il titolo colpisce, ha proprio quell’effetto da scuola elementare del tipo “Maestra, lo vedi, è lui che mi sputazza le palline di carta sul collo!”. Certo, avrebbe anche potuto scrivere che la colpa è dei musulmani sempre e comunque, perché sollevano questioni di integrazione e tolleranza che senza di loro non si porrebbero…

Avrebbe potuto usare quella colonna e mezzo, Feltri, anche per scrivere la sua lista della spesa: sarebbe stato sicuramente più adeguato e rispettoso di quello che ha scelto di fare oggi per riempire quello spazio. La sostanza è questa: un – grossolano – trattatello antropologico in cui torna continuamente una domanda, traducibile con “Com’è possibile che non gli abbiano spaccato il c. prima che ne facesse fuori 80?”.

Certo, continua Feltri, è facile scrivere queste cose seduto a una scrivania senza aver mai passato nulla di simile. Eppure lo faccio: com’è possibile che non gli abbiano spaccato il c. prima che ne facesse fuori 80? Eh? Non dovevano pensare a salvarsi, non dovevano fingersi morti o gettarsi in acqua per provare a scappare. Che, non lo sapete che in Norvegia l’acqua è fredda? Magari avevate pure appena mangiato. Sprovveduti. Vi dovevate mettere d’accordo e zompargli addosso, cretinetti. Che fa che quello sparava a vista: sparava, mica ti mangiava, norvegese! Tu gli zompavi addosso, e quello sicuramente cadeva e non ti menava un pugno nello stomaco, non ti sparava un colpo in testa, norvege’. State sempre con quei cellulari in mano, potevate twittare il fatto; bastava usare l’hashtag #cazzostannofacendounastrage e avreste avuto una perfetta organizzazione della controffensiva. Avete i mezzi e non li usate, norvege’.

La colpa è tua, ragazzino norvegese che vai a un campeggio per parlare di politica e discutere con altri ragazzini norvegesi dei vostri ideali e di come costruire un futuro migliore. La colpa è tua, che vedi un poliziotto in giro e non ti insospettisci (anche se effettivamente non sembrava un musulmano, quindi magari qui ti posso dare ragione, se non ti sei insospettito bene perché era biondo). La colpa è tua, ragazzino norvegese andato a sognare un futuro più giusto, la colpa è tua; che uno inizia a sparare nella folla e tu scappi.

domenica 17 luglio 2011

Faccio cose, sazio gente #2 - Non per forza di giovedì

Ha fatto molto caldo, in quest'ultima settimana. Ma finalmente nel weekend si è ricominciato gradualmente a respirare.
No, non intendo parlare del tempo, anche se sembra che sia diventato l'argomento preferito dagli italiani: abbiamo quasi rubato il primato agli inglesi.
È che, approfittando dell'aria più respirabile, si può cogliere l'occasione per un piatto domenicale che contempli la leggerezza delle verdure ma l'arricchisca con la lussuria
cremosa della besciamella.
Un mio amico una volta mi disse che aveva sempre creduto che la besciamella crescesse già fatta sopra gli scaffali dei supermercati: mi sentii un mago, quando gli mostrai che la besciamella puoi fartela in casa facendo sciogliere del burro, aggiungendo della farina setacciata (in quantità sufficiente a formare una specie di impasto simile a quello del pane) e poi del latte. Io la faccio cuocere una decina di minuti, e alla fine la aggiusto di sale e aggiungo un pizzico di noce moscata.

Per condire gli gnocchi della domenica di Maestrale, tagliate un peperone e una zucchina a pezzetti molto piccoli e fateli rosolare in padella con un filo d'olio extravergine di oliva. Quando il rumore del loro sfrigolare sembra l'equivalente di un rave party delle verdure, è il momento di aggiungere un po' di acqua (o di brodo, se ne avete) e far cuocere ancora una decina di minuti; o anche meno: dipende da quanto vi piacciono croccanti le verdure.
Fate cuocere gli gnocchi, intanto. Questa sorprendente invenzione dell'Uomo ha innumerevoli qualità, prima fra tutte il fatto che vi accorgete che son cotti perché salgono a galla a dirvelo.
Metteteli nelle verdure sfrigolanti, aggiungete la besciamella (anche se la comprate già fatta così come cresce sugli alberi nascosti negli scaffali dei supermercati, va bene), lasciate fare amicizia a tutti questi ingredienti per qualche decina di secondi e poi servite, mettendo su ogni porzione un po' di basilico tritato.
E vedi che ti mangi.

sabato 9 luglio 2011

Faccio cose, sazio gente #1 - Schiacciatine di pollo

Signora mia, c’è la crisi. Beh, lo annunciava Quèlo già da anni, che c’è grossa crisi, grosso egoismo e grossa violenza.

Con la crisi, si sa, far la spesa diventa un’impresa, anche se Berlusconi dice che è colpa nostra, che non ci sappiamo prendere quattro ore di tempo per girare tutti i mercati della provincia per trovare mezzo kg di zucchine al prezzo migliore sul mercato.

Dunque pare che mangiare bene sia quasi un’acrobazia. Ma si può fare.

Si deve fare, perché il cibo nutre il corpo, ma anche l’anima, signora mia.

Perciò, di tanto in tanto, l’Insostenubile leggerezza dell’essere aprirà una finestra sulla cucina. Senza pretese tecniche, a modo nostro, come lei è Ammodomio. Il paragone è indegno, perché La Signora Ammodomio è fantastica sul serio. In comune abbiamo solo la voglia di condividere i nostri esperimenti e le nostre idee, senza dare dosi precise a cui aggrapparsi col piglio del piccolo chimico.

Io inizierei con una cosa veramente semplice. Le schiacciatine di pollo.

Spesso capita di avere in mente un risultato, e poi finisce che questo risultato sia diverso per qualche ragione, ma ciò non vuol dire che sia peggio del previsto.

È il caso di questi bocconcini, che nascono con tutt’altra intenzione, ma va bene così.

Prendete del petto di pollo e tagliatelo a dadini molto, molto piccoli (sono così fissata con gli utensili da cucina, che non escludo un futuro post interamente dedicato ai coltelli), e mettetelo in una ciotola, assieme a del pane raffermo precedentemente ammollato nel latte e poi strizzato. Aggiungete sale, pepe (bianco, possibilmente) e l’albume di un uovo (il tuorlo non buttatelo via: può servire per la doratura dei rustici o potete farci una piccola frittata da tagliare a strisce sottili e mettere nell’insalata). Amalgamate tutto con le mani, cullandovi col pensiero che poi potrete lavarvele. Se vi risulta troppo “molle”, potete aggiungere ancora un po’ di pane.

Quando tutti questi elementi avranno fatto abbastanza amicizia tra loro, formate dei mucchietti della forma e della dimensione di un hamburger (o più piccoli, se volete usarli in un aperitivo come finger food), e passateli da ambo i lati nel pangrattato. Assicuratevi che sia tutto ben impanato e compatto, affinché il risultato finale sia buono e anche bello da vedere.

Fateli cuocere in olio extravergine d’oliva e, quando sono ben dorati da tutte e due le parti, metteteli su carta assorbente per un paio di minuti, giusto il tempo di regalare ai vostri commensali un rigenerante bicchiere di Falanghina alla giusta temperatura.

Servite le schiacciatine su un letto di insalata fresca…e vedi che ti mangi.


E, già che ci siamo, con questa ricetta proviamo a partecipare (indegnamente) al contest "L'estate in un boccone" di About Food & Cassandra.it



(c) 2011 Adele Meccariello - All rights reserved

martedì 7 giugno 2011

Del guano come metafora di vita

A volte è inutile cercar metafore: arrivi all’imbrunire e ti rendi conto che è stata una giornata semplicemente di merda. E tornando a casa speri soltanto che non peggiori.
E ti senti all’ultimo livello di un videogame. Devi solo stare attento e fare tutte le mosse giuste.
Sei al massimo della tensione, ma ti ripeti il mantra che “manca poco, ancora tre isolati”. Semaforo verde per le auto, rosso per i pedoni. Ti fermi. Non hai giocato anni e anni a “Frogger” per non imparare niente.
Resti fermo e resisti. Qualcosa ti cade sulla testa, e il nanosecondo che passa tra quel momento e quello in cui ti rendi conto che un piccione ti ha cagato in testa è il nanosecondo più innocente della tua vita.
Tre isolati di parolacce a mezza bocca. Ok, non tanto “mezza”.

Ora puoi davvero definirla una giornata di merda, senza timore di smentita.
Mentre sciacqui via la rabbia (ok, il guano, chiamiamo le cose col loro nome), ti viene in mente tutta l’ironia stu
pida sui piccioni che la fanno in testa agli umani. “Sicuramente è gente che non ha mai avuto come ciliegina sulla torta di una pessima giornata una bella frittata di guano in testa”. O forse sì…chi meglio di “uno di noi” avrebbe potuto concepire il monumento di un piccione su cui due umani volano a fare i loro bisogni in “Top Secret!”?

E ti viene in mente che se non ti ha mai cagato un piccione in testa, non puoi mai capire quanto sia verosimile che abbiano davvero studiato per farlo con tale tempismo e precisione. Ad esempio, se hai i capelli puliti, lo faranno in testa; se invece hai una giacca nuova, lasceranno stare i capelli e ti colpiranno sulla giacca.

Poi pensi che dall’esterno deve essere stato piuttosto ridicolo, da vedere: un perfetto slapstick.
In effetti, dall’esterno, fa ridere.
E pensi che questi ratti co
n le ali che girano per la città con un’aria un po’ stupida contagino anche noi, e non solo con le malattie. Anche con l’aria non esattamente intelligente.
Così, alla fine di una giornata di mer… ehm, di guano, mentre asciughi i capelli finalmente puliti, ti accorgi che stai sorridendo, e che puoi trovare sempre qualcosa di cui ridere.
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