giovedì 29 agosto 2013

Hai chiuso tutto?

Io a volte mia madre non la capisco. Una madre normale arriva fino a “Chiudi acqua, luce, gas e tapparelle”, la mia arriva fino a “Tappa i lavandini”.
«Hai chiuso il gas?»
«Chiuso.»
«Staccato la corrente?»
«Staccata.»
«Chiuso l’acqua?»
«Chiusa.»
«Hai tappato lavandino, vasca, bidet, lavabo?»
«Eh?»
«Devi mettere i tappi, devi tappare tutto.»
Ma perché? «Gli insetti», mi ha detto. L’ho chiamata solo per dirle a che ora dovrà passare a prendermi in stazione, e mi ritrovo ad ascoltarla mentre mi dice che se non usi l’acqua per tanto tempo, e quindi i tubi restano vuoti e asciutti per giorni e giorni, è possibile che gli insetti ci vadano a fare le loro passeggiate. Ed è possibile che, passeggiando passeggiando, vadano a finire nel tubo del tuo lavandino e arrivino nel tuo bagno, invitando i loro amici a stare nella tua casa.
Non ci posso credere: insetti che risalgono i tubi fino al quinto piano per venirsi a installare nei cessi degli altri. Roba da non credere; ma nel dubbio, tappo tutto.
Prendo la catenella con la paperella gialla da un lato e il tappo dall’altro e chiudo la vasca; tiro la leva di bidet e lavandino, e il tappo d’acciaio scende e si chiude. Vado in cucina e recupero il tappo di gomma nera, quello che uso quando devo riempire il lavabo le sere in cui non ho voglia di lavare i piatti e li tengo a mollo, illudendo la mia coscienza che sia necessario temporeggiare così, al nobile scopo di eliminare lo sporco impossibile. Chiudo, chiudo tutto. Poi chiudo finalmente il rubinetto generale dell’acqua, ricontrollo per la centesima volta di aver chiuso il gas, stacco il contatore della corrente e vado via, lasciando la casa buia e senza alcun tipo di alimentazione, e dando alla porta un numero di mandate che credo non abbia mai subìto nemmeno in fase di collaudo.
Via dalla città, via dal lavoro, via dai problemi. Sarebbe bello se queste cose andassero a braccetto sul serio; e invece i problemi me li ritrovo comunque sul groppone, ma almeno non dovrò svegliarmi alle sei, cosa che in realtà andrebbe anche bene, se non fosse che prima mi sveglio e prima inizio a farmi seghe mentali perlopiù inutili.
I giorni di ferie scivolano via come la stretta di mano delle persone che incontro, nella costante fuga dal caldo, dalle orge sabbiose, dal sole perennemente a picco, dalla musica perennemente di merda, dal rumore perennemente troppo forte, dalla gente perennemente sovraeccitata e vestita senza rispetto per la decenza e la propria conformazione fisica.
Per reazione a questo chiasso, mi addormento ovunque, ed è così che arriva il momento di tornare a casa.
Sette mandate. Non avevo idea che fosse possibile darle, sette mandate, a una porta che non proteggesse come minimo un caveau di banca.
Mi accoglie il bagliore azzurrognolo della tv accesa nel buio della casa sigillata. Come diavolo ho potuto lasciare la tv accesa prima di partire?
«Infatti l’ho accesa io.»
Un urlo cavernoso, secco, breve mi esce dalla gola, come se fosse lo schizzo sonoro di tutto lo spavento che si può provare nel rientrare a casa propria e trovare un estraneo sul divano a guardare la tv. L’urlo dura meno del necessario, perché non riesco più a esprimere coi suoni il terrore di fronte al fatto che l’estraneo in questione è una blatta. Una blatta arancione scuro, alta almeno un metro e sessanta. È seduta sul mio divano e le antenne toccano i miei quadri, sembra che li stiano accarezzando. Se ne sta lì, con le zampette incrociate. Seduta sul mio divano, porca vacca. È incredibile, ma sta sorridendo. Come se il fatto di avere una blatta di sessanta chili sul divano di casa non fosse già abbastanza incredibile.
Mi sorride, e mi invita a sedermi con lei. Riprendo a urlare. Lo so, è un po’ monotematica, come reazione, ma non riesco ad averne altre.
«Smettila di urlare, tanto non ti sente nessuno: è Ferragosto.»
Chiudo la porta alle mie spalle, per una specie di riflesso istintivo alla parola “Ferragosto”, sinonimo di topi d’appartamento. Resto accovacciata vicino alla porta, a due metri dal divano, a due metri dalla blatta gigante che ci è seduta sopra.
«Guarda che mica voglio farti del male, cara.»
«Io ho chiuso tutti gli scarichi. Come hai fatto, ho chiuso gli scarichi.»
«Sono un po’ grande per gli scarichi, non credi?»
Continua a sorridere, gioviale come un agente immobiliare, ma con le antenne invece della cravatta.
«Sono entrata dal water. Mica succede solo nei film, sai? Sì, l’ho visto anch’io, quel Trainspotting lì, e per un pelo alla fine del film non sono stata schiacciata da un ragazzino identico al protagonista.»
«Schiacciata? Tu? Ma se sei enorme!»
«Ehi, non alzare la voce, non è educato. E non darmi dell’ “enorme”, non è educato nemmeno questo. Non sono sempre stata così…com’è che ti chiami?»
Balbetto il mio nome, e in un moto assurdo di bon ton le chiedo il suo.
«Checcazzo.»
«Ehi!»
«No, dico, mi chiamo Checcazzo. Fin da quando ero piccola e me la facevo fuori dai tombini, tutti quanti – appena mi vedevano – urlavano «Checcazzo!». Quindi ho deciso di adottarlo come nome, così mi sento benvoluta e accolta da tutti. Sai, del tipo «Ehi, Checcazzo!», così, con la “C” maiuscola. Se t’imbarazza, comunque, puoi chiamarmi Checca e basta.»
Una goccia di sudore freddo mi si forma al centro del petto e scende lungo il torace, fino all’ombelico. La sento ghiacciarsi lì, raggiunta presto da tante altre goccioline. Non riesco a smettere di guardare le sue antenne, che accarezzano ancora i miei quadri. Intanto sta facendo oziosamente zapping, si gratta quella che a occhio e croce dovrebbe essere la fronte, e scaccia una zanzara. Con un’altra zampetta ancora, si accarezza la panza. Una discreta panzetta che sembrerebbe frutto di anni di allegre bevute di birra.
«Avanti, cos’è che ti spaventa tanto? Sei pallida come se avessi visto la morte in faccia! Non pungo, non mordo, non sono velenosa, non ti salto addosso – francamente non sei il mio tipo e mi fai anche un po’ schifo…insomma, cos’è che ti terrorizza, sei sudata. E quando sudate, voialtri mi fate ancora più impressione, dio mio.»
«Le antenne.» dico, tutto d’un fiato. Sbuffa, la blatta Checcazzo, si guarda attorno, muovendo ancora di più quelle robe lunghe lunghe e spaventose. Il panama; sta puntando il mio cappello. Si afferra le antenne, le arrotola velocemente come se dovesse farsi uno chignon, e si infila il cappello.
«Ecco, non si vedono più: ti faccio meno paura, così?»
È pur sempre una blatta. Di sessanta chili. Che parla. Però ci sta provando, si sforza, anche se credo che – se dovessi sopravvivere a quest’incontro – il panama lo brucerò. In ogni caso ricambio la sua buona educazione con la bugia che sì, va un poco meglio, ora che (la blatta parlante di sessanta chili che ha occupato casa mia) si è coperta le antenne col (mio) cappello. 
«Adesso mi dici che ci fai qua? Perché sei così enorme e tutto il resto?»
«Ancora con questo enorme! Sono a dieta, non infierire, ti prego…» piagnucola, senza badare al fatto che mi riferisco al suo essere oggettivamente grande, come insetto. Niente, ogni volta che pronuncio la parola enorme per lei è come se le stessi dando della chiattona.
«Va bene, scusa…mi dici almeno che ci fai a casa mia?»
Tira su col naso, usa una delle sue zampette per asciugarsi le lacrime, si tocca di nuovo la pancia, imbarazzata, e riprende:
«È così che deve andare, cara mia. Stiamo pian piano prendendo il nostro posto. Andrà così: noi verremo a vivere in superficie, diventando sempre più proporzionati all’ambiente…vedi, cara, così avresti dovuto dire, “proporzionata all’ambiente”, non “enorme”. Comunque, dicevo, noi verremo a vivere in superficie, e voialtri andrete a stare in strada e nei tombini. Non credo vi adatterete molto, infatti sento già parlare di “fine del mondo”, “apocalisse” e cose del genere. Ma per quel che ne so, potreste anche cavarvela, eh: avete un po’ la tendenza a fasciarvi la testa ben prima di cadere.»
Stavolta inizio a piangere io, ed è uno schifo. Il sudore freddo e le lacrime bollenti. Un cocktail al gusto panico di secrezioni schife a temperature opposte.
E quindi è così che andrà a finire. E a quanto pare sono la prima a saperlo, dato che sullo schermo della tv ancora accesa c’è l’inossidabile Paolo Limiti che racconta di quella volta che Marilyn telefonò a chissà chi per confidare chissà quale segreto sui Kennedy. Se lo sapessero tutti, adesso ci sarebbero edizioni straordinarie ovunque, e probabilmente Bruno Vespa sarebbe già pronto col plastico delle fogne di Roma.
L’apocalisse. Questi avevano pensato a terremoti, inondazioni, incendi, computer rotti, cavalieri scesi da chissà dove, e invece. Blatte. Arrivano loro, andiamo via noi. E non si sa come, dove, in quanto tempo. E perché. Perché le blatte, porca vacca.
«Senti…»
«Dimmi, cara!»
Eh, “cara”, certo... «Ma perché voi? Dico, perché le blatte e non dei gattini, dei koala, dei maledettissimi pony? Eh?»
«Ecco, cara, il fatto è che…non so se dovrei dirtelo. Beh, al diavolo: il fatto è che loro vogliono così.»
«Loro? Loro chi?»
«Sei sicura di volerlo sapere?»
«Sì!»
«Sei proprio titi titì?»
«Eh?»
«No, dico, sei titi titì, titi titì?» titì titì, titi titì, titi titì, titi titì.
Le sei.
La sveglia.
Checcazzo.
Mi alzo e corro in salotto: sul divano non c’è proprio nessuno e il panama è al suo posto sul tavolino.
Vado in bagno per lavarmi il viso con l’acqua fredda.
Prima, però, abbasso il copriwater. Per oggi l’apocalisse può aspettare.


3 commenti:

  1. Avvincente e gradevole questo scritto raccontato con arguzia, ora vado alla scoperta del tuo blog e lo aggiungo tra i miei preferiti! Complimenti!
    Un abbraccio

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