venerdì 21 gennaio 2011

Forse non tutti sanno che...non mi sento offesa.

Del programmino che conduco in radio ho già parlato, forse anche troppo. Del fatto che ogni tanto mi inalbero, anche.

Quindi, ecco direttamente l’inizio della puntata di oggi. Perché prima o poi una cosa del genere l’avrei scritta comunque; e perché fare la fatica di scrivere, e far fare a voi la fatica di leggere? Basta finire di leggere questo piccolo preambolo, cliccare su questo link a box.net e ascoltare, se proprio non avete qualcosa di meglio da fare per i prossimi due minuti e mezzo.

Quello che ascolterete è ciò che penso io, naturalmente. L’ho detto davanti a un microfono perché so che comunque non sono la sola a pensarla in questo modo, ma lungi da me chiedere che tutti la pensino così. Bel mondo noioso, sarebbe.

martedì 4 gennaio 2011

Certificati di esistenza - Essi vivono (a prescindere)

Probabilmente mi mancano dei pezzi di cervello.
Me lo immagino come un puzzle dove mancano i pezzi che raffigurano i volti.

Io non riesco a ricordare le facce.

Ricordo un paio di dettagli, da cui poi faticosamente ricostruisco tutto. Una fossetta sulla guancia, il modo di stringere gli occhi quando si sorride, o al contrario la peculiare successione “occhi sgranati-sorriso”; oppure la piega del mento, l’aria stralunata, la fronte alta, le parentesi ai lati delle labbra. Il modo di guardare “di lato” mentre ci si titilla un boccolo. Un sorriso lento; il calore di una risata e poi – a ritroso – i muscoli che lo creano, e poi – infine – i
l volto.
L’altro
aiuto che mi concedo sono le fotografie. Ed è qui che si spiega il valore aggiunto che esse hanno per me. Ho iniziato a scattare fotografie per tante ragioni, anche per fissare il ricordo, ovvio. Ma ho iniziato a scattare fotografie anche per fissare l’esistenza stessa delle persone. Tenete a mente che è iniziato tutto ben prima della diffusione capillare dei social network. Erano tempi in cui, se uno spariva dalla tua vita, non lo potevi “seguire” più.
E per me questo significava una sola cosa: quello che ancora mi succede nella maggior parte dei casi. E cioè: tu sparisci, e la tua faccia si dissolve piano piano, ancorata a quel dettaglio che mi aiuta a ricostruire l’insieme; e poi anche quel dettaglio si scardina e succede la cosa peggiore: non esisti. Nemmeno in via retroattiva. È proprio come se non fossi mai esistito.
Passa il tempo, ti si sciacquano via i lineamenti e, quando penso a te, mi convinco di averti inventato come il più classico degli amici immaginari.
Se ci resta ancora qualche amico in comune, la sensazione è più blanda, ma se non ne rimangono…fine. È per questo che le fotografie, a tratti, diventano un’ossessione: mi serve un certificato di esistenza. Certo, come dicevo, ora – coi social network – è un po’ diverso. Ma a me serve un certificato di esistenza anche del rapporto che ho avuto con quella persona. Una nostra foto insieme, qualcosa che abbia fissato un momento in cui eravamo presenti e vivi e veri entrambi.
Reali. Sincronia.

E poi, parliamo piuttosto dell’inquietante rovescio della medaglia di ‘sti social network…Quando hai sopito un pensiero, quando la mente ha cancellato schiere di lineamenti e quando hai persuaso te stesso, in quel modo tutto tuo, di aver immaginato tutto (tutti), all’improvviso – semplicemente cazzeggiando in rete per i fatti tuoi – vedi che esistono.

Che nel frattempo sono invecchiati, ingrassati, migliorati, peggiorati, o hanno messo su famiglia…

E tu, col cervello difettato e pieno di lacune, ti ritrovi davanti agli occhi degli intimi estranei che non sai come affrontare.

Perché ti ricordi che qualcosa c’è stato, ti accorgi che ti porti dietro i loro modi di dire, le ferite, le cose che ti hanno regalato…ma sei stordito dal fatto che è come se loro non fossero comunque mai esistiti.
E vorresti ricominciare tutto da dove tutto quanto è finito, però nel frattempo magari sono passati sei anni.

E allora clicchi sulla “x”, chiudi la finestra, e provi di nuovo a fingere che nulla sia stato, scivolando nella pozza oleosa della tua memoria difettata, piena di svolazzanti certificati di esistenza chiusi in una scatola; in questo modo, almeno, sarai tu a decidere quando aprirla e quando farti scioccare ancora.

venerdì 17 dicembre 2010

Forse non tutti sanno che...ogni tanto ci si inalbera

Conduco un programma che ha lo scopo di dare notizie insolite, "oltre la prima pagina", che possano - magari - sollevare il morale di chi ascolta la radio di prima mattina. Ma fingere non è il mio forte. E ogni tanto condivido le mie amarezze con chi mi ascolta. Che, per fortuna, ha ancora la forza di indignarsi assieme a me. Così è iniziata la puntata di oggi.

Qui si va"oltre la prima pagina"; ma quello che si trova in prima pagina è sempre più preoccupante, ma chi dovrebbe veicolare le informazioni non sembra farci sempre caso.

O forse sono io ad avere un concetto di “Notizia” diverso da quello che leggo sulle prime pagine.

Ieri a Trani si è rovesciato un tir carico di pasta. Per fortuna, solo tantissima paura: nessuno si è fatto veramente male.

Per molti tg – adesempioStudioAperto – la notizia era il simpatico e rocambolesco incidente.

Per me, al di là della dinamica dei fatti, la notizia è che la gente è accorsa sul luogo dell'incidente per portarsi a casa la pasta.

Mi ha terribilmente ricordato l’assalto ai forni di cui Manzoni scrive nei Promessi Sposi. “Ecco se c’è il pane”. Ecco se non c’è più la crisi.

Sempre in prima pagina si trovano ancora gli strascichi dei terribili scontri di Roma, avvenuti nei minuti successivi al voto di fiducia al Governo.

In prima pagina finisce il “Ragazzo con la pala”, simbolo – per quelle prime pagine – della lotta e della crisi.

Forse, come dicevo, sono io ad avere un concetto di “notizia” diverso, ma per me quel ragazzo è simbolo di una certa idiozia, che sia di destra o di sinistra non importa: perché l’idiota, come il prezzemolo, va su tutto.

Il “simbolo della protesta e della crisi” - quello che secondo me fa "Notizia" - è il ragazzo che scende in piazza, urla, cerca un dialogo, e si incazza quando gli è negato. È quello che non si sognerebbe mai di marciare a volto coperto lanciando sassi ai poliziotti.

Lo scriveva ieri Saviano su Repubblica: “Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l'esatto contrario. […]Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta.”

domenica 5 dicembre 2010

"Come staremmo bene qui, se noi fossimo altrove" [cit. G. Manganelli]

Questo post appartiene al passato. Ma i cattivi pensieri sono spesso a lunga conservazione, e tornano su – ciclicamente – come la peperonata. Non che sia tornato oggi. Ma torna, ogni tanto, mio malgrado.

E così arriva. Improvviso, ma neanche tanto.
Come un crampo dopo un lungo camminare, arriva il giorno in cui non sopporti praticamente più nessuno. Non trovi subito una buona ragione, semplicemente ne hai abbastanza.

Cominci a prenderla alla larga. Non sopporti più l’amica che ti ha tradito, l’amico che ti ha deluso.
Tutto questo, però, è ancora piuttosto tollerabile.
Inizi a sentirti spiazzato quando non sopporti più la suoneria dei messaggi del tuo cellulare, perché “oddio qualcuno potrebbe chiedermi di uscire”. Non sopporti più i loro sorrisi, i loro ritardi, i loro modi di fare, le loro domande e le loro risposte, i posti che frequentano, le cose che malamente nascondono, il loro cercarsi tra le righe di ogni cosa che dici e ogni cosa che scrivi, egocentrici. Il loro volersi ritrovare assieme come se ogni volta gli facesse davvero piacere. Bugiardi.

Non sopporti
più le loro lamentazioni, il loro straparlare senza fare nulla. “Oh, sai, se dipendesse da me…ma purtroppo…”. Una bellissima scusa che inizierai a prendere in prestito, un giorno o l’altro. E perché non oggi? “Oh, sai, se dipendesse da me…ma purtroppo…non ti sopporto più”.
Ne hai abbastanza dei loro tic, delle loro manie e delle paranoie che ti costringono a stare attento a come ti muovi. A stare attento a ognuno in modo diverso.
La costrizione è nemica della libertà. E se siamo nati per stare liberi, forse siamo nati per stare soli.
Già, non staresti meglio da solo?
Non dovresti fare buon viso a cattivo gioco, non dovresti metterti a letto ogni sera sperando di non sentire russare qualcuno al tuo fianco, non dovresti ricacciarti in gola un “vaffanculo” quando qualcuno ti mette una scarpa sporca di merda sulla testa.

Non staresti molto meglio se riducessi tutto ai minimi termini tipo “buongiorno buonasera grazie prego”?

Certo che staresti meglio, non berresti più il veleno che non è tuo, niente scuse, niente “scusa”, avresti addosso soltanto il tuo insostenibile peso.
Non preferiresti
non vederli più? Sapere se stanno bene, ogni tanto, magari da un giornale pubblicato apposta. E non doverci più avere a che fare.
Non preferiresti cliccare sulla “X” e chiudere tutte le finestre?

Perché mai accollarsi la fatica di comunicare se poi non si è compresi.
Lascia stare.
È faticoso sporgersi senza toccare nulla. Ed è faticoso non volerli toccare e poi ritrovarseli nello specchio.


Illustrazione: “I hate those f****** people”, di Giuseppe "Mis-BUG" Longo

domenica 21 novembre 2010

Neglekt Film Festival 2010

Premetto che ho molto rispetto per le rassegne cinematografiche che puntano i riflettori sul cinema “di nicchia”, magari appartenente a Paesi che non sono noti certo per essere delle Mecca del cinema. Sono iniziative lodevoli, e come tali vanno incoraggiate. Dalle istituzioni e dal pubblico. Dico tutto questo senza alcuna ironia e da sincera appassionata di cinema.

Ma. C'è un "ma".
Non si è data, purtroppo, abbastanza visibilità ad un festival che è alla sua prima edizione e che promuove un cinema che fatica – inspiegabilmente – a trovare spazio nel panorama odierno.
Si tratta del Neglekt Film Festival.
Ecco i titoli che fanno parte della rassegna.

Orzata fredda a Machu picchu.
Maria e Frida costruiscono la loro amicizia attraverso piccoli gesti del quotidiano. Una lite tra le zie delle due ragazze le costringe a fuggire in un piccolo villaggio, dove passano le loro giornate sagomando mattoni di tufo e ricordando un passato mai vissuto. Sullo sfondo della vicenda, il Congresso del Perù del 2003, che stabilì che il 10% delle entrate raccolte per l'ingresso nel Parco archeologico di Machu Picchu sarebbe stato destinato alla municipalità di Machu Picchu.

Tanti colori, tutti grigi.
Vendere gioielli è un mestiere pericoloso, ma questa è la vita nei drive-in di Timisoara. Una storia difficile, ricca di colpi di scena, nello scenario duro di una città che fatica a risorgere dalle ceneri di un passato scomodo.

Esterno chiuso.
L’immortale capolavoro del maestro kazako – naturalizzato cecoslovacco – Sergey Drogbaneviznek, in edizione integrale con 45 minuti di contenuti inediti (con sottotitoli in tedesco).

Fanatici clochard.
Un pomeriggio in un salotto dell’alta società parigina. L’amore travagliato tra Franc, maniscalco, e Cosette, modella di stivali. La tremenda istitutrice Nadine che frena i progetti di ristrutturazione della villa della nonna di Franc. Le storie s’intrecciano, legate da un filo che nessuno ha il coraggio di denunciare.

Le favole di chi ha già.
Come separare ciò che è giusto da ciò che non lo è? Ciò che serve da ciò che è indispensabile? Un rappresentante di stoviglie s’interroga sul senso della vita, mentre fuori dai finestrini del suo treno si consuma la tragedia quotidiana di chi ha già scelto: i costruttori di muretti a secco del Turkmenistan e la loro eterna lotta per un trattamento equo sul lavoro, fuori dal cliché della loro stereotipata popolarità.

Come un kabuki al sole.
Tratto da un romanzo inedito di Anselma Vanvéra. In attesa che si risolvano le controversie legali relative alla pubblicazione del romanzo, il regista cileno Herman Llorca ha acquistato i diritti della storia direttamente dalla scrittrice.

Le api non mi amano più.
Margherita vive ad Aversa, dove ha una vita perfetta, fino al giorno in cui la vita segreta del suo compagno viene a bussare alla sua porta. Fugge a Berlino in autobus, arrivando in città nei giorni della caduta del muro: Franz sarà la sua guida e la aiuterà a fare i conti con la sua dismorfofobia.

Ci incontreremo crudi.
La vita può essere molto diversa, se si è costretti a guardare il mondo soltanto da una finestra. Una ballerina si rompe il tendine d’Achille in un incidente sul ghiaccio. Da quel momento decide di non uscire più di casa, e costruisce un mondo tutto suo, in compagnia dell’orso Carl e della mangusta Marko. Ma non sempre le creature immaginarie sono benevole…

Omettendo Pablo.
Cile, 1969. Marcel Oriega sta scrivendo la sua prima raccolta di poemi politici, ma gli ostacoli che poi hanno fatto la sua storia daranno un nuovo corso a tutta la sua opera. Il film è stato scritto con la consulenza di Lucia Oriega, vedova del poeta.

Nel corso del Festival verranno presentati anche i cortometraggi di autori emergenti
Altrimenti la Palestina, Non sapevo fosse tuo e Così come aveva chiesto Alfredo.

Grazie a Giuseppe Longo per la preziosa collaborazione nella raccolta del materiale. Per ulteriori informazioni sul Neglekt Film Festival, cliccare qui.

lunedì 15 novembre 2010

Domenica è sempre domenica

“I don’t like mondays”…si fa presto a dire che il lunedì è brutto. Ci si deve alzare presto dopo un paio di giorni di sonno extra, si devono di nuovo affrontare il lavoro (o l’università) e tutte le grane quotidiane che sembrano sospese nel weekend. Quasi odiamo l’immagine di noi stessi che andiamo via dall’ufficio venerdì, tutti sorridenti. Diciamo a quell’immagine: “Che cacchio ridi! Ora devo fare io il lavoro che tu hai lasciato in sospeso venerdì!”.
“I don’t like mondays”: hai scoperto l’acqua calda, Bob.

Della domenica pomeriggio, invece, si parla poco.

Tutto scorre più o meno
tranquillamente fino a poco dopo il pranzo: d’altra parte, è un po’ difficile deprimersi davanti al ragù. Ma dopo, mentre Massimo Giletti sciorina una perla di buonismo a caso, Barbara D’Urso inarca le sopracciglia in una “v” rovesciata di michelangiolesca pietà catodica e Simona Ventura cerca di essere espressiva nonostante il botox, allora tutto lentamente cala. Indipendentemente dalla tv, tramonta il sole sul giubilo del weekend.
Se è stato tutto piacevole, allora di domenica pomeriggio arriv
a – spesso accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania – il pensiero di ciò che c’è da fare l’indomani (e vorremmo proprio ucciderla, l’immagine di noi stessi che venerdì diciamo “ma sì, questo lo finisco lunedì”); la sensazione che si prova facendo i bagagli alla fine di una bella vacanza, ecco.
Se invece il weekend è andato male, iniziamo a deprimerci per tutto quello che è andato storto, per le cose che non siamo riusciti a fare e che ora è troppo tardi per fare: il tutto, spesso, accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania.
Insomma, che sia andata bene o male, non c’è scampo da questa patina di tristezza e dal sonoro “gong” dell’emicrania.

Il rimuginare su quanto accaduto (nel bene e nel male) durante il weekend e i pensieri su tutto quello a cui abbiamo detto “ciao ciao” il venerdì, si mescolano in un pasticcio fatale, che toglie il buonumore.

Cerchiamo di far qualcosa comunque: cinema, birra, libri…ma continuiamo a pensare “non è come dovrebbe essere”.

Recenti studi hanno proposto soluzioni a questa piaga dell’umanità.
L’invenzione del “domedì”, una specie di area di decompressione tra la domenica e il lunedì, che permetta di non esser travolti dal pensiero della nuova settimana, in
modo che non ci si rovini la domenica.
O un sistema di letargo, che ci faccia andare a letto per la pennichella post-prandiale di domenica e ci faccia risvegliare senza preavviso il lunedì, costringendoci ad affrontare tutto di petto, senza aver modo di rattristarci prima.

O ancora un sistema di repliche. Di domenica pomeriggio si potrebbe replicare l’aria di leggerezza e buonumore del sabato.

In attesa che la scienza si occupi di questa serissima questione, non ci resta che stringere i denti e resistere fino al prossimo venerdì, magari lasciando un po’ meno cose da fare in sospeso, per amore di quell’io del lunedì, già tanto provato dalla patina di tristezza della domenica…e dal sonoro “gong” dell’emicrania, ovviamente.

domenica 31 ottobre 2010

Please, please, please...

L’importante, nella vita, non è essere perfetti, ma ammettere le proprie mancanze. E magari colmarle, appena ci si rende conto che di mancanze si tratta.
A un cert
o punto della mia vita, parliamo comunque di un bel mucchietto di anni fa, mi sono accorta che non conoscevo gli Smiths. Mi sono incamminata ai ripari (correre non è mai stato il mio forte), e ho iniziato a recuperare.
Non mi dilungherò in biografie o trattati sulla poetica della
band. Non fa per me, non ne sono capace. Dirò solo che dal momento in cui ho iniziato ad ascoltarli mi sono pentita di non averlo fatto da molto tempo prima. A saperlo prima…avrei avuto tante volte “le parole”. Rubandole alle loro “canzoncine”.
Le chiamo “canzoncine” perché alcune tra le più conosciute hanno una melodia spensierata…anche quando parlano di morte.
Non sono il gruppo migliore del mondo, sicuramente.

È solo che a volte dicono delle
cose. E quelle cose sono esattamente le cose che vorresti dire tu. Crude, magari un po’ banali, ma proprio per questo disarmanti e senza bisogno che gli si aggiunga altro.
Qualche tempo fa ho avuto il
piacere di assistere a un concerto di una tribute band degli Smiths. Dire “tribute band” e basta è sicuramente riduttivo; ma mi limiterò a dire che questi tizi sono davvero bravi.
Il concerto è stato bello…se no non starei qui a parlarne, vi pare? Vi sembro una che scrive un intero post per dire quanto le faccia schifo qualcosa? No! Secondo voi le file in posta che ruolo hanno? Smaltire ordinatamente i clienti? Bazzecole: servono a concedere a ciascun essere umano i 15 minuti di livore necessari a non commettere stragi. Si sfoga la rabbia lì, nella fila alla posta, e poi si può affrontare il mondo con calma.
P
rendete i più grandi serial killer o stragisti della storia: nessuno di loro faceva abbastanza la fila alla posta.
Charles Manson lasciava che ci andasse sempre la zia, per dire.
Ma torniamo agli Smiths e in particolare al concerto degli Hang the Dj (così si chiama la band di “tizi veramente molto bravi” di cui vi ho detto qualche rigo sopra).
Se fossi una giornalista musicale, di quelli fighi che snocciolano la scaletta di un concerto legando i vari pezzi tra loro con frasi bellissime, citazioni, battute e cotillons, potrei farvi capire quanto piacevole fosse la serata.
Ma non lo farò.
Dirò solo quello che mi ha fatto soffermare a riflettere, quella sera.
Il pubblico ballava, canticchiava, rideva…ci si divertiva, insomma. Ma tutti hanno cantato all’unisono due volte.
Entrambe le volte ho pensato che siamo davvero
stanchi, che vorremmo tanto che le cose funzionassero, una volta tanto; che continuiamo a sperare, a volte in modo disperato, aggrappandoci alla vita anche con le unghie, attaccandoci alla vita per non pensare che ci stiamo tutti attaccando al tram.
Please, please, please, let me get what I want this time
…mi guardavo attorno e vedevo tantissimi ragazzi e ragazze dai venti-e-qualcosa ai trenta-e-rotti anni chiedere in coro “per favore, lasciami avere ciò che voglio, stavolta”.
Poco dopo, There’s a light that never goes out, “c’è una luce che non si spegne mai”. “Portami fuori, stasera…non mi importa dove, voglio vedere gente, voglio vedere la vita”.
A volte le “canzoncine” degli Smiths dicono delle cose. E quelle cose sono esattamente le cose che vorresti dire tu. Crude, magari un po’ banali…se lo avessi saputo, avrei iniziato ad ascoltare gli Smiths molto tempo prima.

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