domenica 21 novembre 2010

Neglekt Film Festival 2010

Premetto che ho molto rispetto per le rassegne cinematografiche che puntano i riflettori sul cinema “di nicchia”, magari appartenente a Paesi che non sono noti certo per essere delle Mecca del cinema. Sono iniziative lodevoli, e come tali vanno incoraggiate. Dalle istituzioni e dal pubblico. Dico tutto questo senza alcuna ironia e da sincera appassionata di cinema.

Ma. C'è un "ma".
Non si è data, purtroppo, abbastanza visibilità ad un festival che è alla sua prima edizione e che promuove un cinema che fatica – inspiegabilmente – a trovare spazio nel panorama odierno.
Si tratta del Neglekt Film Festival.
Ecco i titoli che fanno parte della rassegna.

Orzata fredda a Machu picchu.
Maria e Frida costruiscono la loro amicizia attraverso piccoli gesti del quotidiano. Una lite tra le zie delle due ragazze le costringe a fuggire in un piccolo villaggio, dove passano le loro giornate sagomando mattoni di tufo e ricordando un passato mai vissuto. Sullo sfondo della vicenda, il Congresso del Perù del 2003, che stabilì che il 10% delle entrate raccolte per l'ingresso nel Parco archeologico di Machu Picchu sarebbe stato destinato alla municipalità di Machu Picchu.

Tanti colori, tutti grigi.
Vendere gioielli è un mestiere pericoloso, ma questa è la vita nei drive-in di Timisoara. Una storia difficile, ricca di colpi di scena, nello scenario duro di una città che fatica a risorgere dalle ceneri di un passato scomodo.

Esterno chiuso.
L’immortale capolavoro del maestro kazako – naturalizzato cecoslovacco – Sergey Drogbaneviznek, in edizione integrale con 45 minuti di contenuti inediti (con sottotitoli in tedesco).

Fanatici clochard.
Un pomeriggio in un salotto dell’alta società parigina. L’amore travagliato tra Franc, maniscalco, e Cosette, modella di stivali. La tremenda istitutrice Nadine che frena i progetti di ristrutturazione della villa della nonna di Franc. Le storie s’intrecciano, legate da un filo che nessuno ha il coraggio di denunciare.

Le favole di chi ha già.
Come separare ciò che è giusto da ciò che non lo è? Ciò che serve da ciò che è indispensabile? Un rappresentante di stoviglie s’interroga sul senso della vita, mentre fuori dai finestrini del suo treno si consuma la tragedia quotidiana di chi ha già scelto: i costruttori di muretti a secco del Turkmenistan e la loro eterna lotta per un trattamento equo sul lavoro, fuori dal cliché della loro stereotipata popolarità.

Come un kabuki al sole.
Tratto da un romanzo inedito di Anselma Vanvéra. In attesa che si risolvano le controversie legali relative alla pubblicazione del romanzo, il regista cileno Herman Llorca ha acquistato i diritti della storia direttamente dalla scrittrice.

Le api non mi amano più.
Margherita vive ad Aversa, dove ha una vita perfetta, fino al giorno in cui la vita segreta del suo compagno viene a bussare alla sua porta. Fugge a Berlino in autobus, arrivando in città nei giorni della caduta del muro: Franz sarà la sua guida e la aiuterà a fare i conti con la sua dismorfofobia.

Ci incontreremo crudi.
La vita può essere molto diversa, se si è costretti a guardare il mondo soltanto da una finestra. Una ballerina si rompe il tendine d’Achille in un incidente sul ghiaccio. Da quel momento decide di non uscire più di casa, e costruisce un mondo tutto suo, in compagnia dell’orso Carl e della mangusta Marko. Ma non sempre le creature immaginarie sono benevole…

Omettendo Pablo.
Cile, 1969. Marcel Oriega sta scrivendo la sua prima raccolta di poemi politici, ma gli ostacoli che poi hanno fatto la sua storia daranno un nuovo corso a tutta la sua opera. Il film è stato scritto con la consulenza di Lucia Oriega, vedova del poeta.

Nel corso del Festival verranno presentati anche i cortometraggi di autori emergenti
Altrimenti la Palestina, Non sapevo fosse tuo e Così come aveva chiesto Alfredo.

Grazie a Giuseppe Longo per la preziosa collaborazione nella raccolta del materiale. Per ulteriori informazioni sul Neglekt Film Festival, cliccare qui.

lunedì 15 novembre 2010

Domenica è sempre domenica

“I don’t like mondays”…si fa presto a dire che il lunedì è brutto. Ci si deve alzare presto dopo un paio di giorni di sonno extra, si devono di nuovo affrontare il lavoro (o l’università) e tutte le grane quotidiane che sembrano sospese nel weekend. Quasi odiamo l’immagine di noi stessi che andiamo via dall’ufficio venerdì, tutti sorridenti. Diciamo a quell’immagine: “Che cacchio ridi! Ora devo fare io il lavoro che tu hai lasciato in sospeso venerdì!”.
“I don’t like mondays”: hai scoperto l’acqua calda, Bob.

Della domenica pomeriggio, invece, si parla poco.

Tutto scorre più o meno
tranquillamente fino a poco dopo il pranzo: d’altra parte, è un po’ difficile deprimersi davanti al ragù. Ma dopo, mentre Massimo Giletti sciorina una perla di buonismo a caso, Barbara D’Urso inarca le sopracciglia in una “v” rovesciata di michelangiolesca pietà catodica e Simona Ventura cerca di essere espressiva nonostante il botox, allora tutto lentamente cala. Indipendentemente dalla tv, tramonta il sole sul giubilo del weekend.
Se è stato tutto piacevole, allora di domenica pomeriggio arriv
a – spesso accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania – il pensiero di ciò che c’è da fare l’indomani (e vorremmo proprio ucciderla, l’immagine di noi stessi che venerdì diciamo “ma sì, questo lo finisco lunedì”); la sensazione che si prova facendo i bagagli alla fine di una bella vacanza, ecco.
Se invece il weekend è andato male, iniziamo a deprimerci per tutto quello che è andato storto, per le cose che non siamo riusciti a fare e che ora è troppo tardi per fare: il tutto, spesso, accompagnato dal sonoro “gong” di un’emicrania.
Insomma, che sia andata bene o male, non c’è scampo da questa patina di tristezza e dal sonoro “gong” dell’emicrania.

Il rimuginare su quanto accaduto (nel bene e nel male) durante il weekend e i pensieri su tutto quello a cui abbiamo detto “ciao ciao” il venerdì, si mescolano in un pasticcio fatale, che toglie il buonumore.

Cerchiamo di far qualcosa comunque: cinema, birra, libri…ma continuiamo a pensare “non è come dovrebbe essere”.

Recenti studi hanno proposto soluzioni a questa piaga dell’umanità.
L’invenzione del “domedì”, una specie di area di decompressione tra la domenica e il lunedì, che permetta di non esser travolti dal pensiero della nuova settimana, in
modo che non ci si rovini la domenica.
O un sistema di letargo, che ci faccia andare a letto per la pennichella post-prandiale di domenica e ci faccia risvegliare senza preavviso il lunedì, costringendoci ad affrontare tutto di petto, senza aver modo di rattristarci prima.

O ancora un sistema di repliche. Di domenica pomeriggio si potrebbe replicare l’aria di leggerezza e buonumore del sabato.

In attesa che la scienza si occupi di questa serissima questione, non ci resta che stringere i denti e resistere fino al prossimo venerdì, magari lasciando un po’ meno cose da fare in sospeso, per amore di quell’io del lunedì, già tanto provato dalla patina di tristezza della domenica…e dal sonoro “gong” dell’emicrania, ovviamente.

domenica 31 ottobre 2010

Please, please, please...

L’importante, nella vita, non è essere perfetti, ma ammettere le proprie mancanze. E magari colmarle, appena ci si rende conto che di mancanze si tratta.
A un cert
o punto della mia vita, parliamo comunque di un bel mucchietto di anni fa, mi sono accorta che non conoscevo gli Smiths. Mi sono incamminata ai ripari (correre non è mai stato il mio forte), e ho iniziato a recuperare.
Non mi dilungherò in biografie o trattati sulla poetica della
band. Non fa per me, non ne sono capace. Dirò solo che dal momento in cui ho iniziato ad ascoltarli mi sono pentita di non averlo fatto da molto tempo prima. A saperlo prima…avrei avuto tante volte “le parole”. Rubandole alle loro “canzoncine”.
Le chiamo “canzoncine” perché alcune tra le più conosciute hanno una melodia spensierata…anche quando parlano di morte.
Non sono il gruppo migliore del mondo, sicuramente.

È solo che a volte dicono delle
cose. E quelle cose sono esattamente le cose che vorresti dire tu. Crude, magari un po’ banali, ma proprio per questo disarmanti e senza bisogno che gli si aggiunga altro.
Qualche tempo fa ho avuto il
piacere di assistere a un concerto di una tribute band degli Smiths. Dire “tribute band” e basta è sicuramente riduttivo; ma mi limiterò a dire che questi tizi sono davvero bravi.
Il concerto è stato bello…se no non starei qui a parlarne, vi pare? Vi sembro una che scrive un intero post per dire quanto le faccia schifo qualcosa? No! Secondo voi le file in posta che ruolo hanno? Smaltire ordinatamente i clienti? Bazzecole: servono a concedere a ciascun essere umano i 15 minuti di livore necessari a non commettere stragi. Si sfoga la rabbia lì, nella fila alla posta, e poi si può affrontare il mondo con calma.
P
rendete i più grandi serial killer o stragisti della storia: nessuno di loro faceva abbastanza la fila alla posta.
Charles Manson lasciava che ci andasse sempre la zia, per dire.
Ma torniamo agli Smiths e in particolare al concerto degli Hang the Dj (così si chiama la band di “tizi veramente molto bravi” di cui vi ho detto qualche rigo sopra).
Se fossi una giornalista musicale, di quelli fighi che snocciolano la scaletta di un concerto legando i vari pezzi tra loro con frasi bellissime, citazioni, battute e cotillons, potrei farvi capire quanto piacevole fosse la serata.
Ma non lo farò.
Dirò solo quello che mi ha fatto soffermare a riflettere, quella sera.
Il pubblico ballava, canticchiava, rideva…ci si divertiva, insomma. Ma tutti hanno cantato all’unisono due volte.
Entrambe le volte ho pensato che siamo davvero
stanchi, che vorremmo tanto che le cose funzionassero, una volta tanto; che continuiamo a sperare, a volte in modo disperato, aggrappandoci alla vita anche con le unghie, attaccandoci alla vita per non pensare che ci stiamo tutti attaccando al tram.
Please, please, please, let me get what I want this time
…mi guardavo attorno e vedevo tantissimi ragazzi e ragazze dai venti-e-qualcosa ai trenta-e-rotti anni chiedere in coro “per favore, lasciami avere ciò che voglio, stavolta”.
Poco dopo, There’s a light that never goes out, “c’è una luce che non si spegne mai”. “Portami fuori, stasera…non mi importa dove, voglio vedere gente, voglio vedere la vita”.
A volte le “canzoncine” degli Smiths dicono delle cose. E quelle cose sono esattamente le cose che vorresti dire tu. Crude, magari un po’ banali…se lo avessi saputo, avrei iniziato ad ascoltare gli Smiths molto tempo prima.

sabato 23 ottobre 2010

Di cui uno macchiato

Non sono sicuramente la prima a parlarne e non sarò neppure l’ultima.
E poi, a mia difesa, dico che il caffè è stato usato come metafora di vita un po’ per tutte le occasioni.
Immaginate dunque il seguente scenario: A, B e C sono al bar. A e B vogliono ordinare un caffè, mentre C vuole un caffè macchiato.
Si fa l’ordinazione al barista e a quel punto vi si svela davanti il vero nocciolo dell’umana specie.
L’umanità si divide in due grandi categorie. Quelli che cercano di
prendere il meglio dalla vita, e quelli che sono un po’ meno esuberanti, ma ben più pragmatici.
Voi direte “come può tutto ciò rivelarsi ai nostri occhi mentre ordiniamo un caffè al bar?”
E ve lo dico io. Innanzitutto i caffè son tre e non uno. Statemi attenti.

E poi il senso si dipana all’atto dell’appuntar l’ordinazione da parte del barista.

Molti diranno: “Tre caffè, di cui uno macchiato.”

Altri però diranno: “Due caffè normali, più uno macchiato.

Sì, è una sottile parafrasi del
bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ma è molto più precisa, come metafora di vita.

L’uomo di cui uno macchiato è una persona cauta, che valuta le cose con occhio pratico e mette da parte quanto più possibile per i periodi di magra (come avrete già intuito, più che somigliare solo al bicchiere mezzo vuoto, assomiglia anche alla storia della formica). Non è un pessimista di quelli deprimenti; semplicemente, ci va piano. Se state stabilendo una relazione con una persona di cui uno macchiato, la riconoscerete dal suo modo cauto di allungare un braccio per cingervi al cinema, o dalla sua titubanza prima di invitarvi a salire a casa sua per un drink. Se conoscete una persona di cui uno macchiato, probabilmente ha tra i suoi modi di dire preferiti “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Non è tirchio, ma preferisce aspettare i saldi per comprare qualcosa che gli piace particolarmente.
Valuta la vita come un insieme di tre caffè, di cui uno macchiato. Ma i caffè son tre. Non ce ne saranno altri. Di quei tre caffè, il barista valuta che uno, uno solo di essi, è macchiato. E non c’è altro. Questo è quanto ti concede la vita, usalo con parsimonia.

L’uomo più uno macchiato, invece, è vagamente ottimista. È quello che userebbe “Always look on the bright side of life” come colonna sonora della propria vita. Sa benissimo come stanno le cose, attenzione: non è uno sprovveduto, né tantomeno un discendente di quell’odiosa Pollyanna che – per inciso – secondo me si drogava; non si spiegano tanto perenne ottimismo e felicità, se no. Ma non divaghiamo, torniamo all’uomo più uno macchiato. Non è uno sprovveduto, dicevo, sa benissimo come stanno le cose, però cerca di guardarle da una prospettiva più rosea. Magari è conscio di non guadagnare molti soldi, però se vede qualcosa che gli piace, la compra senza pensarci troppo. Ha le mani un po’ bucate, e tende a pensare che a tutto ci sia una soluzione. Se conoscete una persona più uno macchiato, probabilmente ha tra i suoi modi di dire preferiti “Solo alla morte non c’è rimedio”. Valuta la vita come un insieme di tre caffè, ma questo insieme lo scorpora, così gli sembra di avere di più. Sono tre, è vero. Ma due sono normali, in più ce n’è uno macchiato.

Ciascuno di noi può essere di cui uno macchiato un giorno e più uno macchiato il giorno dopo: si tratta solo di un modo di vedere la vita e affrontare le sue sfide quotidiane.

Di cui uno macchiato e più uno macchiato.

lunedì 4 ottobre 2010

Toccare il fondo...con un dito (sul telecomando).

Questo non è un blog di politica. Sto per scrivere di un momento della mia vita in cui mi sono un po’ spaventata. E mi sono vista costretta a riflettere. Mio malgrado, anche di politica, in qualche modo. Ma più che altro di informazione, di informazione deviata e di capacità di giudizio. E della responsabilità enorme che hanno i lettori/spettatori di recuperare la propria capacità di giudizio di fronte a una informazione impazzita, almeno in parte.

C’è sempre un momento, durante un periodo di difficoltà, in cui ci si acco
rge che si è toccato il fondo.
Può essere il moment
o in cui si ha così bisogno di cibo che ci si ritrova a mangiare roba scaduta. Può essere il momento in cui ci si porta a letto una persona orribile e al mattino poi ci si chiede “ma che diamine ho fatto”. Insomma, c’è un momento che poi diventa un aneddoto che si racconta iniziando la storia con “ho capito che avevo toccato il fondo quando…”.
Ho capito che ave
vo toccato il fondo quando ho detto “E c’ha ragione” a proposito di una dichiarazione di Silvio Berlusconi.
C’è davvero qualcosa che non va nel mio Paese, se arrivo a dire una cosa del genere.
Stavo commettendo il fatale errore di guardare un tg.
In questo modo mi rendo conto che il dibattito politico si è spostato da una cosa serissima come la cucina Scavolini di Montecarlo a una cosa altrettanto seria: una barzelletta. Viene trasmesso un servizio a proposito della suddetta storiella, raccontata in un contesto privato (per quanto possa essere privata la visita di un capo di governo che dopo gli impegni ufficiali si trattiene a chiacchierare con alcune persone presenti all’incontro) e ripresa con un telefono cellulare (non dalle telecamere dei
giornalisti, non presenti in quel particolare momento).
Dopo il servizio sulla barzelletta, il giornalista annuncia che ci sono state numerose indignate reazioni alla cosa. Parte un altro servizio in cui è raccolta circa una decina di pareri sulla questione. Condanne, sostanzialmente.

In tutto, questo argomento occupa una decina di minuti del tg.

Poi si passa alla nota relativa al commento del protagonista della vicenda: Silvio Berlusconi. Il quale dichiara che n
on è da colpevolizzare la storiella, ma chi ha filmato e reso pubblico un momento privato. E chi, in seguito, strumentalizza questo episodio per accusare la figura di Berlusconi.
È stato qui che ho detto “c’ha ragione”. Sicuramente i motivi per cui ha
detto quelle cose sono diversi dai motivi per cui di fondo condivido le parole che ha usato. Sicuramente le sue intenzioni sono diverse dalle mie. In realtà non “c’ha ragione” per niente, è solo una coincidenza che abbia usato parole che possano assumere anche un significato ragionevole (che di certo non intendeva veicolare).
Ho toccato il fondo, ma non mi sono mica rimbambita.

Condivido le parole, e solo quelle, in realtà. Oggettivamente è vero che è da colpevolizzare chi ha ripreso e diffuso un momento di vita privata di un personaggio pubblico senza la sua autorizzazione (coraggio: chi non ha mai fatto una battuta, anche molto colorita, anche fuori luogo, anche blasfema, su una collega un po’ bruttina?). E soprattutto, oggettivamente è da criticare di più chi poi usa una barzelletta per dire che “Silvio Berlusconi non
è degno di governare questo Paese”.
Quest’uomo davvero non è degno di governare il Paese soltanto in virtù di cose come una barzelletta di trenta secondi?

Serve che dica che Rosi Bindi è brutta? Serve che faccia le corna in una foto o che faccia “BU” ad Angela Merkel? I tg vogliono davvero concentrarsi su questo? Qualcuno, guardando, potrebbe davvero pensare “ma dai, lo stanno demonizzando per il suo c
arattere gioviale, quest’uomo”.
Punto.

Se non ci si va a cercare i motivi per cui davvero quest’uomo non è degno di governare il Paese, all’apparenza si vede solo una persona un po’ troppo esuberante e con un senso dell’umorismo a volte terribilmente fuori luogo. Punto.

Riprendere la propria
capacità di giudizio. Queste sono parole di Roberto Saviano che da giorni non mi tolgo dalla testa. Queste sono le parole che cerco di tenere sempre presenti quando guardo i tg, quando sfoglio i giornali, quando ascolto la radio.
Non bevo passivamente quindici minuti di tg dedicati a una barzelletta (una barzelletta!) e non bevo passivamente l’accostare un gesto incosciente come pubblicare immagini senza il consenso della persona coinvolta, al decreto sulle intercettazioni (sacrosanto strumento di indagine e di informazione, quando queste intercettazioni entrano a far parte delle carte processuali).

Il fatto che qualcuno si incazzi ancora per un’informazione deviata, per il rischio di insabbiare ciò che davvero dovrebbe farci urlare allo scandalo, forse è segno che dal fondo si può ancora risalire.

Il fatto che invece, quando viene fuori il fango vero, siamo ancora tutti qui seduti a parlare di barzellette o a guardarci l’ombelico, non mi fa ben sperare per niente.

Quello che succede in Italia è oltre le barzellette, le case a Montecarlo, le cucine Scavolini.

Bisogna aprire gli occhi.

Tenere sempre, sempre gli occhi aperti.

E riprendere la propria capacità di giudizio.

domenica 26 settembre 2010

Succede solo a Bari.

La città in cui vivo io ha carattere, e questo non è sempre un bene; per le città vale un po’ ciò che si dice a proposito delle persone: quando qualcuno ha carattere, si dice che ha un brutto carattere.
Ma ci sono delle volte in cui viene voglia di abbracciarla, questa città, o almeno di raccontarla a tutti.
Pensavo di aver toccato il picco di bizzarro stralcio di vita urbana un giorno, in attesa di un amico fuori da una banca. Due ragazzine, dell’apparente età di quindici anni, chiacchieravano delle loro disavventure amorose. Di quanto sia difficile dimenticare un ragazzo che proprio non ti si fila. Una ha ascoltato pazientemente lo sfogo dell’altra, finché questa non si è fermata in attesa della perla di saggezza finale della paziente ascoltatrice. Costei ha infine cercato di spiegare che a volte le persone ci segnano in modo indelebile, e non è possibile dimenticarle, anche se non hanno mai ricambiato le nostre attenzioni. Useremo “Nico” come nome di fantasia e dovete immaginare tutto questo proferito con marcato accento barese: “Vedi per esempio Nico? Quello non mi piscia e non mi caga, eppure resterà per sempre nel mio cuore!”.
“Non mi caga”, di solito così si dice. Ma l’insensibile Nico deve aver passato la misura di quanto si possa ignorare una povera ragazza. Che comunque lo porterà per sempre nel suo cuore.
Ma nuovi picchi di bizzarria urbana mi attendevano, anche se ancora non lo sapevo.
Qualche giorno fa ero alla fermata dell’autobus; accanto a me un pingue e vivace ragazzino, che sembrava parlare soltanto dialetto, accompagnato da un’imponente madre e un’altrettanto imponente zia, si stava sciacquando le mani con dell’acqua da una bottiglietta di plastica, incurante degli schizzi che volavano un po’ ovunque (anche addosso all’altra gente in attesa del bus). Svuotata la bottiglia, l’ha gettata a terra e ci ha palleggiato qualche secondo, dopo di che l’ha lasciata sul marciapiede.
Ho valutato lo scenario. “Se gli dico qualcosa, potrebbe picchiarmi…o potrebbero picchiarmi le due signore che lo accompagnano…”.
Ma mentre ancora stavo facendo i conti di quante ossa avrebbero potuto rompermi con un solo “AUE’!” ben assestato, mi sento proferire ad alta voce:
“Giovanotto? Guarda, c’è un cestino, lì…se butti la bottiglia nel cestino è meglio: questa città fa già abbastanza schifo…”
Ora mi picchia. Ora mi scaglia addosso le signore e mi fanno la festa.
Invece no. Lui non mi ha picchiata. Ha raccolto la bottiglia e si è incamminato verso il cestino che gli avevo indicato. Le imponenti signore mi hanno solo guardata e io mi sono affrettata a dire che probabilmente il bambino si era solo distratto, magari non intendeva sporcare di proposito. Le signore mi hanno sorriso.
Intanto il ragazzino, dopo aver adempiuto il suo gesto civile della serata, è tornato verso di me urlando: “Mo’, che iè adaver u fatt’: chessa città iè ‘na mmerd’!”*
Che si sia reso conto di quanto sia facile e civile, tenere in ordine la città? Che magari la prossima volta ci pensi due volte, prima di lasciare qualcosa a terra?
Non ho di certo salvato il mondo; ma mi sono sentita meglio, dopo questo episodio.
Soprattutto perché alla fine non mi ha menato nessuno.


Photo: Adele Meccariello - (C) 2010 All rights reserved


* “Accidenti, è proprio vero: questa città versa proprio in pessime condizioni igieniche!”

mercoledì 15 settembre 2010

Forse non tutti sanno che...

Diciamo che ho un lavoro. Bello. Ma piccolo, incerto, mal pagato. Un irritante standard, in questo Paese.

Oggi ho incontrato in ufficio un uomo simpatico e del quale ho stima, che – quando ha saputo che ho una laurea in Lingue e Letterature Straniere conseguita col massimo dei voti – mi ha chiesto: “Ma quindi non è una laurea consona a trovarti un lavoro a tempo pieno e più stabile?”.

Gli ho risposto che “no, è il Paese che non sembra consono a ritagliarmi una nicchia a tempo pieno e vagamente stabile”.

Mi ha guardata con la comprensione che un uomo “realizzato” può avere solo se ha conservato un cuore, da qualche parte. Mi ha guardata rassegnato, impotente, irritato con qualcosa che aleggiava sopra le nostre teste. Uno sguardo che in parte mi ha fatto stare malissimo, perché non aveva risposte, e in parte mi ha dato speranza: perché importa ancora a qualcuno.

Era la fine di una giornata iniziata già con questi pensieri.

Conduco un programma radiofonico. Il programma si chiama “Forse non tutti sanno che…”, e in teoria dovrei riuscire a dare il buongiorno a chi sta ascoltando la radio alle nove del mattino. Gli racconto le buone notizie che possono sfuggire, le curiosità che le prime pagine ignorano.

Ma oggi non me la sono sentita di iniziare scovando una buona notizia per rassicurare gli ascoltatori.

Oggi ho iniziato così.

Forse non tutti sanno che ci sono cose che vorremmo non fossero sempre in prima pagina; come le vicende di Gianfranco Fini, che oramai sono il pane quotidiano della prima de “Il Giornale”, anche quando la camorra ammazza un sindaco che aveva alzato la testa.

Se in prima pagina ci finiscono Fini, Berlusconi, Vendola, il partito della pagnotta e i furbetti del quartierino, va a finire che davvero “non tutti sanno che” sotto la prima pagina c’è un paese che si muove.

E che muore.

Avrei voluto darvi un buongiorno diverso, oggi. Fa fresco, ma c’è un po’ di sole, qui in città. Esiste ancora la mezza stagione, insomma.

Ma non riesco ad essere troppo entusiasta perché ieri mi è capitata sotto al naso una notizia orribile. Col nasone che mi ritrovo io, è facile. Ma se avessi voluto cercarla, non l’avrei trovata. E dire che per mestiere cerco notizie che normalmente sfuggono.

Se non mi fosse capitato sotto al naso, tramite un link, non avrei mai saputo che un dottorando ventisettenne si è buttato dal settimo piano della Facoltà di Filosofia presso cui stava conseguendo il dottorato.

Gli avevano più volte detto che non avrebbe avuto futuro.

E lui non ce l’ha fatta.

Perché probabilmente ha capito che è vero. Ha capito che farsi strada in un Paese in cui ti si dice “stai tranquillo, ti assumerò fra otto anni”, è dura. Ancora più dura quando in quello stesso Paese i ricercatori che protestano per una riforma agghiacciante vengono “sostituiti” da altri che non hanno ragione di scioperare.

Lo dicevo con alcuni amici parlandone ieri sera; saltare tutti quanti da quella finestra, equivale a lasciare che le cose peggiorino.

E che il futuro diventi una roba del passato che non serve più a nessuno.

Ma se il futuro non funziona, proviamo con l’imperativo.

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