sabato 5 giugno 2010
Search stories!
Se pensate di riuscirci, e se avete cinque o sei minuti di tempo da perdere, seguite questo link:
http://www.youtube.com/searchstories
Questa è la mia versione della mia minuscola presenza in rete.
giovedì 6 maggio 2010
Ti amo, splendida cornice

Ero piuttosto piccola, quando alla tv vidi le fiamme avvolgere un enorme edificio e tingere di rosso il cielo di una città nella quale non ero mai stata. Vivevo a centinaia di chilometri di distanza da quell’incendio, e per me si trattava soltanto di una scena impressionante tanto quanto quelle dei film. Diciotto anni dopo, quell’edificio è finalmente risorto dalle sue ceneri, come la più lenta delle fenici e al contrario di un'altra Fenice finita in fiamme e risorta invece in uno schiocco di dita. Il Teatro è stato restituito alla sua città: dopo mille polemiche, dopo oramai dieci anni che vivo a Bari e mi sono chiesta se sarebbe rimasto impacchettato per sempre e dopo un imbarazzante conto alla rovescia in piazza, che – allo scoccare dello “zero” – ha cominciato a contare in avanti finché i lavori non sono finiti. Splendida cornice è un’espressione che usano al massimo in tre al mondo, oramai. Uno di questi è Daniele Piombi. E un’altra sono io. Perché il Petruzzelli è diventato da subito la splendida cornice di qualsivoglia evento della città. Mostre, conferenze, persino convegni del più rosso dei sindacati. Come negarsi una splendida cornice, già che c’è. Ci hanno messo diciotto anni per rimetterlo in sesto, tanto vale usarlo: “Sta pagato”, come si usa dire da queste parti. Non è “il salotto buono dei baresi”, no. È la splendida cornice, che – per fortuna – dona un’allure di splendore anche a quelle cose che di splendido hanno ben poco. È commovente l’accoglienza riservata a chi entra al Petruzzelli. Ogni volta che mi capita di andarci, non trovo parola più adatta. Spesso ci vado per lavoro, e quindi ho a che fare anche con l’ufficio stampa; fresco, gentile, efficiente. E, attenzione, giovane. E poi, i valletti e le hostess. Per molti sarà “normale”. Per me non è così “normale” essere accompagnata in ogni passo. Dopo un po’ diventa anche surreale, trovare un valletto che mi indica la strada, girare l’angolo del corridioio che mi è stato appena indicato, e trovare un altro valletto che mi conferma che devo proseguire diritto per altri sei metri; dopodichè troverò un valletto che mi dirà che me la sto cavando alla grande. Alla fine troverò una hostess che mi farà coraggio, e poi un’altra che finalmente mi accompagnerà alla mia poltrona e si assicurerà che io mi sieda e che l’allineamento dei pianeti non disturbi la mia visuale sul palco. In attesa che inizi lo spettacolo, mi sistemo i capelli specchiandomi nel parquet. Solo il pavimento della mia casa di Barbie era così pulito. Le signore “In pelliccia finché non mi si scioglie via di dosso” si accomodano accanto ai loro mariti “Sono un consumato melomane”. Nei palchetti spesso ci sono i ragazzi “Con la scusa del teatro domani niente interrogazioni” e le ragazze “Finalmente i miei compagni vedranno come sono figa quando mi tiro a lucido”. Qua e là sparuti e sempre increduli “Finalmente posso andare all’opera nella mia città” e i deliziosi “Io me lo ricordo, prima dell’incendio. Quando suonavo il violino nell’orchestra”. Nell’intervallo è quasi d’obbligo una capatina in bagno. Anche se non ti scappa, ne fai un po’ per educazione: sta pagato. Dopo di che, alla fine dello spettacolo, c’è qualcuno che ti aiuta anche nella remota possibilità che tu sia così rimbambito da non trovare la retta via per l’uscita del teatro, indicata da seicento frecce ogni dieci metri. Quando sei finalmente nel foyer, pieno di gente che sorride ancora ebbra di musica, sia classica, lirica o rock (ebbene sì, il Petruzzelli in un paio di occasioni si è convertito al rock e gli dona), pensi che forse l’Italia non è così terribile, che forse l’Italia funziona. Le persone si mettono in fila, la gente sorride e ti aiuta, tu paghi e ti offrono uno spettacolo di altissima qualità. Sei più ebbra di questa consapevolezza, forse, che dello spettacolo in sé. Poi esci, e un soffio d’aria primaverile solletica la seta della gonna che ti accarezza le gambe. Sistemi il soprabito e controlli la temperatura alzando lo sguardo sul termometro del palazzo della Banca Popolare di Bari, e per osmosi ti stringi un po’ nel soprabito. La brezza porta alle narici un po’ del profumo del mare e il retrogusto di un profumo maschile che appartiene a una delle tante nuche che ti stanno davanti, pazientemente in attesa di un taxi, di un passaggio o semplicemente di una decisione su dove proseguire la serata. Poi, un’auto passa col rosso, da un’altra volano giusti quanto incomprensibili improperi. Una delle signore “In pelliccia finché non mi si scioglie via di dosso” ti spinge con insospettabile forza, suo marito accende un sigaro scegliendo proprio la tua faccia come destinataria della prima nuvola di fumo. Sali al volo in macchina perché c’è traffico e chi ti è passato a prendere rischia il linciaggio se si ferma un secondo in più per aspettarti. E mentre lo sguardo ti cade su un’edicola, ti accorgi che qualcuno sta già pensando a come toglierti, con apposito decreto ministeriale, anche la pia illusione che l’Italia – almeno in teatro – funzioni.
C’è una macabra ironia nel fatto che un Paese funzioni soltanto nel regno della messinscena.
Photo (c) Adele Meccariello 2010 All rights reserved.
sabato 17 aprile 2010
"Scusa, hai da accendere...?"
Che gli italiani siano dei pappagalli lo si sente dire dagli anni sessanta almeno, c’è anche un delizioso film in bianco e nero che celebra quest’arte italiana, con un superlativo quanto viscido Alberto Sordi.
Ma che gli italiani continuassero ad usare le stesse tecniche di abbordaggio più o meno dagli anni sessanta, non me l’aspettavo. Speravo in un minimo di aggiornamento del software; o quanto meno che questo software venisse aggiornato in meglio e non in peggio.
Non sono affatto una di quelle ragazze che vengono abbordate in continuazione, le supergnocche abituate a spazzar via gli uomini come fossero zanzare. Però mi capita di trovarmi in congiunture astrali per cui sembra che non ci siano altre donne al mondo e pertanto anche io divento “papabile”. E comunque bisogna tenere presente che è uno sport bello e buono. Essere pappagalli è un’arte che va esercitata costantemente. Quindi, se dovete allenarvi per una gara, non vi importa di correre su una pista in terriccio o sul vialetto scalcagnato di un parchetto di periferia.
Ho pensato più volte di averle sentite tutte…ad esempio, quando una domenica pomeriggio mi hanno fermato due ragazzi per chiedermi indicazioni per Via Della Marmotta, che naturalmente nella mia città non esiste. E spero neppure nella vostra.
E invece no, capita che io sia ad aspettare l’autobus la domenica delle palme (è sempre di domenica, direbbe qualcuno), con indosso le mie vistose cuffie, e una macchina si fermi, il pappagallo di turno mi chieda di togliermi le cuffie e mi faccia gli auguri di buona pasqua. Nella domenica delle palme. E aspettandosi chissà quale risposta.
O capita che nel giro di dieci minuti mi si chieda tre volte in prestito l’accendino, la scusa più vecchia del mondo (credo che all’età della pietra, gli ominidi chiedessero a gesti e grugniti “Scusa, hai una pietra focaia?”).
E l’altra sera capita di rientrare a casa, salire in ascensore assieme a un ragazzo e sentirmi dire – mentre faccio tintinnare le chiavi di casa nell’attesa di arrivare al piano – “Ma tu abiti qua? Non ti ho mai visto…”
“Beh, no, ho trovato queste chiavi per terra, ho provato tutte le serrature della città, a casaccio, finché non mi si è aperto, in piena notte, questo magico portone.”.
N.B. Ho meditato a lungo su quanto ciò che ho appena scritto fosse iscrivibile nel registro di “Chi se ne frega”…beh, molti blog lo sono, e certamente questa non è una buona scusa. Nonostante ciò, ritengo l’argomento di pubblica fruizione, perché chissà quante avranno subito almeno uno dei suddetti approcci, se non peggio. E a proposito di questo peggio, l’argomento si presta a successivi aggiornamenti frutto anche di sondaggi e interviste. Ché l’animo umano, nel bene e nel male, è senza fondo.
mercoledì 14 aprile 2010
Vari ed eventuali (Secs and de siti)
Carrie Bradshaw è la protagonista di Sex and the City, serie televisiva ambientata a New York e che – a dire il vero – parla molto più di sex che di City. Non sono una di quelli che conoscono tutte le puntate a memoria, intendiamoci. Però una volta Carrie viene invitata a un matrimonio. Il suo uomo, Mr. Big – quello belloccio, ricco, che la ama e abita in una casa così grande che puoi parcheggiare tutta casa mia nel suo sgabuzzino – la passa a prendere, e lei zompettando a piedi nudi verso le sue Manolo Blahnik gli dice: “Metti la tua firma sul biglietto per il regalo! Sai, è la prima volta che ricevo un invito per un matrimonio che non dica ‘Carrie Bradshaw + accompagnatore’”.
E sarà che per pagare le Manolo Blahnik io dovrei decidere di non pranzare per almeno tre settimane, o sarà che la mia “City” è abbastanza lontana per usi, costumi e geografie da New York, ma sull’ultimo invito che ho ricevuto c’è scritto: “Per Adele + vari ed eventuali”.
Che faccio, raccatto qualcuno alla bell’e meglio e me lo porto?
O noleggio un cammello dal circo e dico che sull’invito non era specificato il genere degli eventuali?
Oppure indosso una maglietta con scritto “Non sono sola. Il mio fidanzato è imbottigliato nel traffico”.
Carrie Bradshaw, prima di Mr. Big, tutta questa libertà di scelta non l’aveva. Doveva portarsi per forza un “accompagnatore”.
*Sex and the City - Season 2, Episode 7 - The Chicken Dance. (1999, HBO)
domenica 11 aprile 2010
L'insostenubile.
“Dot”.
In Italia ci mettiamo una “t” in più e ne facciamo un ornamento per citofoni e targhette alle porte degli uffici, o una “pericolosa” arma nella scalata sociale, per chi non ha altro da usare per farsi valere.
Nella lingua inglese “dot” è semplicemente un punto. Www dot qualcosa dot com. Dot è un punto fisso che registra un indirizzo, che identifica un dominio e quindi un mondo. Ma è anche il puntino minuscolo che nessuno vede. Ed è anche la parola dopo la quale si guarda in aria, spesso, e si è dimenticato come continua l’indirizzo. “Ah, sì, l’indirizzo del blog di Adele…Adele punto…”
Beh, è Adele punto blogspot punto com. Ovvero Adele dot …dot blogspot, dot com.
P.S. Non offenderò l’intelligenza di nessuno spiegando perché insostenUbile e perché ci siano i due punti tra l’insostenubile e la leggerezza dell’essere che proverò a raccontare.