sabato 9 luglio 2011

Faccio cose, sazio gente #1 - Schiacciatine di pollo

Signora mia, c’è la crisi. Beh, lo annunciava Quèlo già da anni, che c’è grossa crisi, grosso egoismo e grossa violenza.

Con la crisi, si sa, far la spesa diventa un’impresa, anche se Berlusconi dice che è colpa nostra, che non ci sappiamo prendere quattro ore di tempo per girare tutti i mercati della provincia per trovare mezzo kg di zucchine al prezzo migliore sul mercato.

Dunque pare che mangiare bene sia quasi un’acrobazia. Ma si può fare.

Si deve fare, perché il cibo nutre il corpo, ma anche l’anima, signora mia.

Perciò, di tanto in tanto, l’Insostenubile leggerezza dell’essere aprirà una finestra sulla cucina. Senza pretese tecniche, a modo nostro, come lei è Ammodomio. Il paragone è indegno, perché La Signora Ammodomio è fantastica sul serio. In comune abbiamo solo la voglia di condividere i nostri esperimenti e le nostre idee, senza dare dosi precise a cui aggrapparsi col piglio del piccolo chimico.

Io inizierei con una cosa veramente semplice. Le schiacciatine di pollo.

Spesso capita di avere in mente un risultato, e poi finisce che questo risultato sia diverso per qualche ragione, ma ciò non vuol dire che sia peggio del previsto.

È il caso di questi bocconcini, che nascono con tutt’altra intenzione, ma va bene così.

Prendete del petto di pollo e tagliatelo a dadini molto, molto piccoli (sono così fissata con gli utensili da cucina, che non escludo un futuro post interamente dedicato ai coltelli), e mettetelo in una ciotola, assieme a del pane raffermo precedentemente ammollato nel latte e poi strizzato. Aggiungete sale, pepe (bianco, possibilmente) e l’albume di un uovo (il tuorlo non buttatelo via: può servire per la doratura dei rustici o potete farci una piccola frittata da tagliare a strisce sottili e mettere nell’insalata). Amalgamate tutto con le mani, cullandovi col pensiero che poi potrete lavarvele. Se vi risulta troppo “molle”, potete aggiungere ancora un po’ di pane.

Quando tutti questi elementi avranno fatto abbastanza amicizia tra loro, formate dei mucchietti della forma e della dimensione di un hamburger (o più piccoli, se volete usarli in un aperitivo come finger food), e passateli da ambo i lati nel pangrattato. Assicuratevi che sia tutto ben impanato e compatto, affinché il risultato finale sia buono e anche bello da vedere.

Fateli cuocere in olio extravergine d’oliva e, quando sono ben dorati da tutte e due le parti, metteteli su carta assorbente per un paio di minuti, giusto il tempo di regalare ai vostri commensali un rigenerante bicchiere di Falanghina alla giusta temperatura.

Servite le schiacciatine su un letto di insalata fresca…e vedi che ti mangi.


E, già che ci siamo, con questa ricetta proviamo a partecipare (indegnamente) al contest "L'estate in un boccone" di About Food & Cassandra.it



(c) 2011 Adele Meccariello - All rights reserved

martedì 7 giugno 2011

Del guano come metafora di vita

A volte è inutile cercar metafore: arrivi all’imbrunire e ti rendi conto che è stata una giornata semplicemente di merda. E tornando a casa speri soltanto che non peggiori.
E ti senti all’ultimo livello di un videogame. Devi solo stare attento e fare tutte le mosse giuste.
Sei al massimo della tensione, ma ti ripeti il mantra che “manca poco, ancora tre isolati”. Semaforo verde per le auto, rosso per i pedoni. Ti fermi. Non hai giocato anni e anni a “Frogger” per non imparare niente.
Resti fermo e resisti. Qualcosa ti cade sulla testa, e il nanosecondo che passa tra quel momento e quello in cui ti rendi conto che un piccione ti ha cagato in testa è il nanosecondo più innocente della tua vita.
Tre isolati di parolacce a mezza bocca. Ok, non tanto “mezza”.

Ora puoi davvero definirla una giornata di merda, senza timore di smentita.
Mentre sciacqui via la rabbia (ok, il guano, chiamiamo le cose col loro nome), ti viene in mente tutta l’ironia stu
pida sui piccioni che la fanno in testa agli umani. “Sicuramente è gente che non ha mai avuto come ciliegina sulla torta di una pessima giornata una bella frittata di guano in testa”. O forse sì…chi meglio di “uno di noi” avrebbe potuto concepire il monumento di un piccione su cui due umani volano a fare i loro bisogni in “Top Secret!”?

E ti viene in mente che se non ti ha mai cagato un piccione in testa, non puoi mai capire quanto sia verosimile che abbiano davvero studiato per farlo con tale tempismo e precisione. Ad esempio, se hai i capelli puliti, lo faranno in testa; se invece hai una giacca nuova, lasceranno stare i capelli e ti colpiranno sulla giacca.

Poi pensi che dall’esterno deve essere stato piuttosto ridicolo, da vedere: un perfetto slapstick.
In effetti, dall’esterno, fa ridere.
E pensi che questi ratti co
n le ali che girano per la città con un’aria un po’ stupida contagino anche noi, e non solo con le malattie. Anche con l’aria non esattamente intelligente.
Così, alla fine di una giornata di mer… ehm, di guano, mentre asciughi i capelli finalmente puliti, ti accorgi che stai sorridendo, e che puoi trovare sempre qualcosa di cui ridere.

sabato 30 aprile 2011

Frivolezza a corte

Una delle caratteristiche principali delle cerimonie nuziali è il ricamo.
Non il ricamo dell'abito della sp
osa, ma il taglia-cuci-ricama di commenti su cerimonia e ospiti.
E ieri ben 2 miliardi di persone sono state invitate a un matri
monio: quello del Principe William Arthur Philip Louis d'Inghilterra e Miss Catherine Elizabeth Middleton (semplicemente perfetta. Anche nel saluto: all'andata ragazzotta esagitata, al ritorno perfetta principessa, anche se principessa ancora non è). Senza l'impegno del regalo, del vestito, del viaggio.
Cosa resta? Il ricamo.
Che lo abbiate seguito (o subìto) in tv, su internet, commentato in diretta su facebook, twitter, flickr, tumblr, l'atto è lo stesso: taglia-cuci-ricama.
Un evento da studiare, dal punto di vista mediatico. Ma non è il mio mestiere.
Io ero là, in pieno multitasking tra il lavoro e la cerimonia, sobria e seria come una mise da concerto di Rick Wakeman.
Sullo schermo, una passerella di fauna incappellata e sorridente.





Oddio, non proprio tutti sorridenti. Per far sorridere Victoria Beckham bisogna farle il solletico per sei mesi. Nemmeno ieri sorrideva, orgogliosamente infagottata nel suo sacco di patate Selenella da lei stessa disegnato. Un trionfo di gioia, tutta di blu scuro vestita, trucco nero, extension lunghissime e nere, e cappellino pericolosamente obliquo. A dare un tocco di colore al tutto, scarpe e borsa: nere. Nonostante ciò, aveva un'allure di classe e una forma tutta sua di contentezza, che attenuava persino la sua solita espressione "Checcazzovuoi".





Sorridenti e colorate, invece, le figlie della non-invitata Sarah Ferguson, Eugenia e Beatrice. Una con in testa una barchetta ripiena di fagiani, e l'altra - vestita color tortora - ha saputo del matrimonio all'ultimo e quindi ha dovuto scardinare il fregio da un cancello e usarlo come cappellino.


Zara Philips, cugina dello sposo. In testa ha optato per un sobrio vinile dei Rockets, e addosso ha messo uno dei loro costumi di scena, da abbinare ad un accompagnatore preso direttamente dal gruppo.


La principessa Anna, madre di Zara nonché equina zia dello sposo, arriva raggiante avvolta in un Granfoulard Bassetti; ma rispetta la tradizione che vuole - in tutto il mondo occidentale - la Zia Dello Sposo col cappello con la veletta e la borsetta sottobraccio.


La Duchessa di Cornovaglia Camilla. Indossa più roba possibile per coprirsi, e questo le fa onore. Anche lei - come farà pure la Regina - non resiste al richiamo di usare un copricapo commestibile: conscia della lunghezza della cerimonia (e poi anche da loro usa che gli sposi vadano a farsi le foto prima dell'inizio del ricevimento), sceglie di mettere in testa un gigantesco cracker di gamberi.






Last, but non sia mai least, la Regina. Impeccabile nell'abbinamento dei colori (si abbina persino al prete), sceglie come copricapo una bavarese al limone. I soliti ben informati dicono che il marito abbia tentato di azzannarle la testa durante un calo di zuccheri avuto nel corso della cerimonia.

Qualcuno vorrebbe che anche da noi ci fossero "Royal Weddings". Io dico che certe cose è meglio lasciarle a chi le ha da secoli nelle proprie tradizioni e guardarle così, da lontano, affacciati a un balcone.
E poi, in Italia non lo faremmo mai così bene: ci faremmo prendere dalla smania di essere (radical) chic e rinunceremmo persino alla cascata di prosciutto.



Royal Wedding Photos © Press Association / AFP

Santa Claus (is almost) in da house

Bari si prepara alla festa di San Nicola.
I pali per le luminarie e il palloncino smarrito.
E' già pronto - lì, tra i fili della corrente - per la disperazione à porter di un bambino.
Perché ogni volta che ci si lascia sfuggire un palloncino, o quando questo scoppia, il cuore perde tre battiti, gli occhi si fanno di vetro e le palpebre si bloccano come tapparelle alzate. E poi ci si sente un po' morire.
Dura tutto pochi minuti, ma è uno dei primi impatti con i concetti di "Abbandono" e di "Ingiustizia".
Bisogna regalare palloncini ai bambini, ogni tanto, per prepararli alle gioie e agli imprevisti della vita.

giovedì 21 aprile 2011

Insana e debole Costituzione

Sembrava uno scherzo, la notizia che riportava l’intenzione di modificare l’articolo uno della nostra Costituzione.

Poi ho fatto due conti, e ho visto che il primo aprile era passato da un pezzo.

L’Articolo uno…quello che impari a memoria da subito, quello che in due righe dice come dovrebbe essere l’Italia.

Ma sì, dai, che vuoi che sia. Cambiamola, ‘sta Costituzione. Faccio l’aggiornamento del sistema operativo, del telefono, dei vestiti che ho nell’armadio, e non devo aggiornare la Costituzione, incaponendomi su ‘sto vecchiume? Dai, su, cambiamola.

Togliamo innanzitutto le parole che non ci piacciono (tipo la sovranità al popolo, ‘sti plebei), alleggeriamola, usiamo le emoticon, i personaggi più trendy del momento (far scrivere un paio di articoli a Nando del Grande Fratello sarebbe il massimo), e per premiare tutto questo lavoro di riscrittura, usiamo un po’ di stelline dorate adesive tanto ambite dai bimbi più bravi.

Bravi, bravi. Bravissimi.

Prestazione Occasionale ed io abbiamo provato a giocare d’anticipo, con una proiezione della probabile nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

La Costituzione della Repubblica delle Banane

(Gli articoli dall’1 al 6 sono riportati su Prestazione Occasionale)

Art. 7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, rispettivamente, dipendente e sovrana. I loro rapporti sono regolati dal patto che lo Stato dica le sue preghierine tutte le sere prima di andare a dormire.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. La legge è libera a sua volta di discriminare tutte le confessioni religiose diverse dalla cattolica. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica sono delle sfigate. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge dal principio “Andate a pregare Allah a casa vostra”.

Il termine“confessione” è comunque ammesso solo se associato ad argomenti di tipo religioso. La repubblica non ammette alcun altro tipo di confessione. Nella repubblica italiana non si confessa niente a nessuno. E pure sulle confessioni religiose ci dobbiamo pensare un attimo.

Sono altresì ammesse, apprezzate e valorizzate genuflessioni, prostrazioni, costrizioni, coscrizioni e prescrizioni.

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica all’estero, che qua non sappiamo che farcene.

Tutela il paesaggio promuovendo la cementificazione e la nuclearizzazione del territorio. Il patrimonio storico artistico della Nazione è roba vecchia e cadente, non sappiamo che farcene manco di quello.

Art. 10

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute… ma sai, io sono poco fisionomista.

La condizione giuridica dello straniero non esiste.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, non pretendesse di esercitare libertà a casa nostra. Ha diritto di asilo, ma arrivato alle elementari se ne deve andare.

Art. 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

L’Italia ripudia la guerra se non c’è di mezzo il petrolio, il servilismo o un tornaconto economico. In generale ripudia la guerra perché è stancante, ma se glielo chiede l’America ci va lo stesso.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

La repubblica non ha una bandiera sola, perché a noi piace variare: può essere tutta verde, o tutta rossa, o tutta nera, o bianca e gialla, a righe, a stelle, a quadretti o a pois, a seconda di come ci svegliamo al mattino.

lunedì 18 aprile 2011

Cmd+z and carry on

La tecnologia un po’ mi ha rovinato la vita.
Sarebbe troppo facile mettersi qua a scrivere quante cose buone e quante cose belle invece ha portato. Dal frullatore a immersione ai feed rss.
Facile.
La tecnologia si annida nelle piegoline del nostro cervello e fa anche i suoi bei danni.
Il maggiore, per me, è ctrl+z. O cmd+z. O Mela+z.
Insomma, la scorciatoia di tasti che consente di annullare l’ultima azione compiuta con la maggior parte dei software per Mac e PC.
È utile, utilissima. Ma ha il suo rovescio, perché viene spontaneo farlo anche nella vita reale e ci si rimane malissimo quando si realizza che nella vita non funziona.
Quando ti arrampichi su una mensola troppo alta per posare una boccetta di stupido smalto (gli oggetti che poi si rompono diventano inevitabilmente “stupidi”), e questa cade, tingendo di
viola un po’ tutto, pavimento di marmo incluso.
E tu ti guardi attorno, immersa nel viola, alla ricerca di qualche enorme tasto cmd e uno Z…ma niente. E ti tocca pulire tutto per un’ora e dormire tra i miasmi dell’acetone.
Quando scendi di casa troppo tardi e perdi il bus…e ti serve un cmd+z per annullare l’azione che ti ha fatto perdere tempo prima di uscire.
Nella vita non c’è, il cmd+z, sebbene sarebbe la cosa più democratica e rassicurante del mondo. Non lo puoi fare a oltranza, non puoi andare più a ritroso di un tot di azioni; eppure ti dà una democratica possibilità di redimerti dai tuoi piccoli errori quotidiani.
Come quando l’hard-disk del tuo computer ti abbandona nel momento esatto in cui avevi deciso di perdere un pomeriggio coi back-up. Cerchi un enorme cmd+z per annullare la rottura dell’hard-disk e fare prima l’operazione di back-up. Ma questa è meta-follia: il cmd+z forse c’era, ma non ha funzionato perché il computer era già rotto.


Immagine per gentile concessione di Steven Anderson.

Avrei potuto prenderla e basta, ma gli ho scritto una mail, gli ho chiesto il permesso e lui è stato contento di prestarmi la sua bellissima grafica. Alle volte, basta chiedere.

martedì 15 marzo 2011

Il Livoroso, le Groupies e io.

Sapevamo che sarebbe stata dura, sapevamo che ci sarebbe stata tantissima gente e sapevamo anche che ci sarebbero state misure di sicurezza straordinarie.
La presentazione di un libro di Roberto Saviano in Feltrinelli non è esattamente uno showcase dei Dari, per quanto non è detto che quest’ultimo sia meno pericoloso.
“Ma ne vale la pena”, ho pensato. Conosco gli scritti di Saviano, ancor prima dei suoi monologhi televisivi, e ne ho molta stima. Basti questo, non è il luogo né il momento per aggiungere altro in proposito. Non è Saviano il punto, stavolta.

Arrivo davanti alla Feltrinelli attorno alle 18.40, l’incontro è previsto per le 21. Simona e io raccogliamo compostamente le nostre mascelle cascate a terra alla vista della coda già interminabile davanti alla libreria. Non tutti quelli che faranno la fila potranno entrare, gli altri potranno seguire la serata dall’esterno grazie al maxischermo.
La cosa bella di quando stai facendo la coda è il momento in cui ti volti indietro e vedi che c’è gente messa peggio. Allora decidi di fare la coda dando le spalle al tuo obiettivo e fronteggiando i poveri sfigati che sono arrivati più tardi.
Tra questi, Il Livoroso. Chiameremo così un uomo di mezza età arrivato con aria di sfida, che ha tempestato me e Simona di domande sulla serata, sull’organizzazione, sulle misure di sicurezza, sugli orari, per poi attaccare bottone anche con i fidanzatini accanto a noi, dicendo che a lui questo fenomeno non piace. Che Saviano non è niente di che, che questi eventi sono inutili. In soldoni, che le parole non servono, che attirare persone a leggere, ad informarsi, ad aprire in qualche modo gli occhi, è inutile. Tutto questo, ripetendo più volte “Io di lui so poco e niente, eh”. Insomma, Il Livoroso è il rappresentante perfetto di uno dei due più fastidiosi gruppi di persone che si formano quando si parla di Saviano: i detrattori a tutti i costi. Quelli che dicono male di Saviano solo perché gli piace dire male di qualcosa che sembra essere positivo, perché “c’è per forza qualcosa sotto”; o perché fa figo fare i cinici (anche quando il cinismo è a sé stante e non motivato da reale idiosincrasia o ironia); o perché vogliono provocare reazioni e discussioni senza che ve ne sia reale motivo.
Intanto, nella fila, Simona e io ci sentiamo pressate: ci spingono.
Sono loro, Le Groupies. “Cioè tiggiuro che se non mi fanno entrare io piango per tre giorni, te lo dico”. Una di loro l’ha detto davvero, non è fiction letteraria.
Le Groupies sono l’altro grande schieramento che si forma di fronte alla figura dell'autore campano. Sono l’opposto de Il Livoroso. Sono quelli che continuerebbero ad applaudire Saviano anche se tutt’a un tratto si mettesse ad ammazzare gattini. Quelli che ieri sera iniziavano ad applaudire ancor prima che lui riuscisse a finire un concetto.
Esempio: voleva dire la sua sulla manifestazione Se non ora, quando? di qualche settimana fa. Inizia la frase: “…scendere in piazza, per delle manifestazioni…manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…”
APPLAUSO.
E se avesse voluto dire “manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…mi fanno schifo”?
Non lo sapremo mai. Roberto, bontà sua, ha dovuto dirne bene perché ormai l’applauso stava pagato.
Cioè-tiggiuro-se-non-mi-fanno-entrare-piango-per-tre-giorni alla fine è riuscita ad entrare; spingendo, intrufolandosi ovunque nella fila…avvelenando qualcuno con fialette puzzolenti, forse.
Nel frattempo, Cappottino Bianco, altra femmina della specie Groupie, giace appollaiata sopra i libri per meglio vedere la sua preda, l’ignaro scrittore Saviano. Un uomo che parla di libri a una donna che li calpesta con le proprie chiappe.
Ma tra Groupie e Livoroso è emersa un’altra specie, meno facile da individuare, perché priva di urlante livore o idolatria. Il Fritto Misto. Persone che a vederle tutte assieme uno si chiede “ma perché?”, poi ci pensi e immagini che in qualche modo abbia senso. Dopo tutto, pure la paella è fatta con le cozze, i piselli e altra roba che difficilmente abbineresti certo di un successo. Ho pensato anche male, ho pensato che molti dei liceali presenti fossero costretti dai prof a essere lì, con qualche ricatto della serie “Domani parliamo di Saviano e non ti interrogo”. Ma poi ho parlato con una ragazzina di diciassette anni, che mi ha raccontato che stima Saviano per come scrive, ha letto i suoi libri ed è d’accordo con ciò che dice. E non la stavo interrogando, io.
Allora forse non tutti erano mandati dai prof.
Una volta fuori, mi sono confrontata coi miei amici, e non tutte le nostre considerazioni erano positive. Ci siamo detti che c'era anche tanta retorica, c’era la doverosa ruffianeria in stile “siete un pubblico meraviglioso…ehm…ehm…Springfield!” e c’era un congiuntivo sbagliato che mi ha fatto rabbrividire.
Il Fritto Misto è importante.

Ci sono anche persone che non sentono necessariamente il bisogno di scagliarsi contro qualcosa o qualcuno per mera moda, spirito di contraddizione, provocazione, cinismo o – peggio – invidia.
Persone che non sentono il bisogno di idolatrare qualcuno perché parla, perché le cose che dice sono
pericolose, perché “fa una vita di merda” e perché fa 10 milioni di spettatori in tv senza nemmeno spogliarsi.
Ci sono persone con una testa propria, in grado di dare la propria stima ad un autore, di riconoscerne il carisma, di starlo a sentire, ma anche di muovergli critiche, e capire quando esagera, quando è retorico, quando è lento, quando è ruffiano. “C’era bisogno che certe cose le dicesse Saviano, per dire che sono giuste?”. Certo che no. C’è differenza, infatti, tra dire “Questo è giusto perché l’ha detto Saviano” e “Saviano ha detto una cosa giusta”. La differenza, appunto, è usare la propria testa. Ascoltare, usare il cervello e poi valutare.
Cognizione di causa.
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