sabato 30 aprile 2011

Santa Claus (is almost) in da house

Bari si prepara alla festa di San Nicola.
I pali per le luminarie e il palloncino smarrito.
E' già pronto - lì, tra i fili della corrente - per la disperazione à porter di un bambino.
Perché ogni volta che ci si lascia sfuggire un palloncino, o quando questo scoppia, il cuore perde tre battiti, gli occhi si fanno di vetro e le palpebre si bloccano come tapparelle alzate. E poi ci si sente un po' morire.
Dura tutto pochi minuti, ma è uno dei primi impatti con i concetti di "Abbandono" e di "Ingiustizia".
Bisogna regalare palloncini ai bambini, ogni tanto, per prepararli alle gioie e agli imprevisti della vita.

giovedì 21 aprile 2011

Insana e debole Costituzione

Sembrava uno scherzo, la notizia che riportava l’intenzione di modificare l’articolo uno della nostra Costituzione.

Poi ho fatto due conti, e ho visto che il primo aprile era passato da un pezzo.

L’Articolo uno…quello che impari a memoria da subito, quello che in due righe dice come dovrebbe essere l’Italia.

Ma sì, dai, che vuoi che sia. Cambiamola, ‘sta Costituzione. Faccio l’aggiornamento del sistema operativo, del telefono, dei vestiti che ho nell’armadio, e non devo aggiornare la Costituzione, incaponendomi su ‘sto vecchiume? Dai, su, cambiamola.

Togliamo innanzitutto le parole che non ci piacciono (tipo la sovranità al popolo, ‘sti plebei), alleggeriamola, usiamo le emoticon, i personaggi più trendy del momento (far scrivere un paio di articoli a Nando del Grande Fratello sarebbe il massimo), e per premiare tutto questo lavoro di riscrittura, usiamo un po’ di stelline dorate adesive tanto ambite dai bimbi più bravi.

Bravi, bravi. Bravissimi.

Prestazione Occasionale ed io abbiamo provato a giocare d’anticipo, con una proiezione della probabile nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

La Costituzione della Repubblica delle Banane

(Gli articoli dall’1 al 6 sono riportati su Prestazione Occasionale)

Art. 7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, rispettivamente, dipendente e sovrana. I loro rapporti sono regolati dal patto che lo Stato dica le sue preghierine tutte le sere prima di andare a dormire.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. La legge è libera a sua volta di discriminare tutte le confessioni religiose diverse dalla cattolica. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica sono delle sfigate. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge dal principio “Andate a pregare Allah a casa vostra”.

Il termine“confessione” è comunque ammesso solo se associato ad argomenti di tipo religioso. La repubblica non ammette alcun altro tipo di confessione. Nella repubblica italiana non si confessa niente a nessuno. E pure sulle confessioni religiose ci dobbiamo pensare un attimo.

Sono altresì ammesse, apprezzate e valorizzate genuflessioni, prostrazioni, costrizioni, coscrizioni e prescrizioni.

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica all’estero, che qua non sappiamo che farcene.

Tutela il paesaggio promuovendo la cementificazione e la nuclearizzazione del territorio. Il patrimonio storico artistico della Nazione è roba vecchia e cadente, non sappiamo che farcene manco di quello.

Art. 10

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute… ma sai, io sono poco fisionomista.

La condizione giuridica dello straniero non esiste.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, non pretendesse di esercitare libertà a casa nostra. Ha diritto di asilo, ma arrivato alle elementari se ne deve andare.

Art. 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

L’Italia ripudia la guerra se non c’è di mezzo il petrolio, il servilismo o un tornaconto economico. In generale ripudia la guerra perché è stancante, ma se glielo chiede l’America ci va lo stesso.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

La repubblica non ha una bandiera sola, perché a noi piace variare: può essere tutta verde, o tutta rossa, o tutta nera, o bianca e gialla, a righe, a stelle, a quadretti o a pois, a seconda di come ci svegliamo al mattino.

lunedì 18 aprile 2011

Cmd+z and carry on

La tecnologia un po’ mi ha rovinato la vita.
Sarebbe troppo facile mettersi qua a scrivere quante cose buone e quante cose belle invece ha portato. Dal frullatore a immersione ai feed rss.
Facile.
La tecnologia si annida nelle piegoline del nostro cervello e fa anche i suoi bei danni.
Il maggiore, per me, è ctrl+z. O cmd+z. O Mela+z.
Insomma, la scorciatoia di tasti che consente di annullare l’ultima azione compiuta con la maggior parte dei software per Mac e PC.
È utile, utilissima. Ma ha il suo rovescio, perché viene spontaneo farlo anche nella vita reale e ci si rimane malissimo quando si realizza che nella vita non funziona.
Quando ti arrampichi su una mensola troppo alta per posare una boccetta di stupido smalto (gli oggetti che poi si rompono diventano inevitabilmente “stupidi”), e questa cade, tingendo di
viola un po’ tutto, pavimento di marmo incluso.
E tu ti guardi attorno, immersa nel viola, alla ricerca di qualche enorme tasto cmd e uno Z…ma niente. E ti tocca pulire tutto per un’ora e dormire tra i miasmi dell’acetone.
Quando scendi di casa troppo tardi e perdi il bus…e ti serve un cmd+z per annullare l’azione che ti ha fatto perdere tempo prima di uscire.
Nella vita non c’è, il cmd+z, sebbene sarebbe la cosa più democratica e rassicurante del mondo. Non lo puoi fare a oltranza, non puoi andare più a ritroso di un tot di azioni; eppure ti dà una democratica possibilità di redimerti dai tuoi piccoli errori quotidiani.
Come quando l’hard-disk del tuo computer ti abbandona nel momento esatto in cui avevi deciso di perdere un pomeriggio coi back-up. Cerchi un enorme cmd+z per annullare la rottura dell’hard-disk e fare prima l’operazione di back-up. Ma questa è meta-follia: il cmd+z forse c’era, ma non ha funzionato perché il computer era già rotto.


Immagine per gentile concessione di Steven Anderson.

Avrei potuto prenderla e basta, ma gli ho scritto una mail, gli ho chiesto il permesso e lui è stato contento di prestarmi la sua bellissima grafica. Alle volte, basta chiedere.

martedì 15 marzo 2011

Il Livoroso, le Groupies e io.

Sapevamo che sarebbe stata dura, sapevamo che ci sarebbe stata tantissima gente e sapevamo anche che ci sarebbero state misure di sicurezza straordinarie.
La presentazione di un libro di Roberto Saviano in Feltrinelli non è esattamente uno showcase dei Dari, per quanto non è detto che quest’ultimo sia meno pericoloso.
“Ma ne vale la pena”, ho pensato. Conosco gli scritti di Saviano, ancor prima dei suoi monologhi televisivi, e ne ho molta stima. Basti questo, non è il luogo né il momento per aggiungere altro in proposito. Non è Saviano il punto, stavolta.

Arrivo davanti alla Feltrinelli attorno alle 18.40, l’incontro è previsto per le 21. Simona e io raccogliamo compostamente le nostre mascelle cascate a terra alla vista della coda già interminabile davanti alla libreria. Non tutti quelli che faranno la fila potranno entrare, gli altri potranno seguire la serata dall’esterno grazie al maxischermo.
La cosa bella di quando stai facendo la coda è il momento in cui ti volti indietro e vedi che c’è gente messa peggio. Allora decidi di fare la coda dando le spalle al tuo obiettivo e fronteggiando i poveri sfigati che sono arrivati più tardi.
Tra questi, Il Livoroso. Chiameremo così un uomo di mezza età arrivato con aria di sfida, che ha tempestato me e Simona di domande sulla serata, sull’organizzazione, sulle misure di sicurezza, sugli orari, per poi attaccare bottone anche con i fidanzatini accanto a noi, dicendo che a lui questo fenomeno non piace. Che Saviano non è niente di che, che questi eventi sono inutili. In soldoni, che le parole non servono, che attirare persone a leggere, ad informarsi, ad aprire in qualche modo gli occhi, è inutile. Tutto questo, ripetendo più volte “Io di lui so poco e niente, eh”. Insomma, Il Livoroso è il rappresentante perfetto di uno dei due più fastidiosi gruppi di persone che si formano quando si parla di Saviano: i detrattori a tutti i costi. Quelli che dicono male di Saviano solo perché gli piace dire male di qualcosa che sembra essere positivo, perché “c’è per forza qualcosa sotto”; o perché fa figo fare i cinici (anche quando il cinismo è a sé stante e non motivato da reale idiosincrasia o ironia); o perché vogliono provocare reazioni e discussioni senza che ve ne sia reale motivo.
Intanto, nella fila, Simona e io ci sentiamo pressate: ci spingono.
Sono loro, Le Groupies. “Cioè tiggiuro che se non mi fanno entrare io piango per tre giorni, te lo dico”. Una di loro l’ha detto davvero, non è fiction letteraria.
Le Groupies sono l’altro grande schieramento che si forma di fronte alla figura dell'autore campano. Sono l’opposto de Il Livoroso. Sono quelli che continuerebbero ad applaudire Saviano anche se tutt’a un tratto si mettesse ad ammazzare gattini. Quelli che ieri sera iniziavano ad applaudire ancor prima che lui riuscisse a finire un concetto.
Esempio: voleva dire la sua sulla manifestazione Se non ora, quando? di qualche settimana fa. Inizia la frase: “…scendere in piazza, per delle manifestazioni…manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…”
APPLAUSO.
E se avesse voluto dire “manifestazioni come quella delle donne di qualche settimana fa…mi fanno schifo”?
Non lo sapremo mai. Roberto, bontà sua, ha dovuto dirne bene perché ormai l’applauso stava pagato.
Cioè-tiggiuro-se-non-mi-fanno-entrare-piango-per-tre-giorni alla fine è riuscita ad entrare; spingendo, intrufolandosi ovunque nella fila…avvelenando qualcuno con fialette puzzolenti, forse.
Nel frattempo, Cappottino Bianco, altra femmina della specie Groupie, giace appollaiata sopra i libri per meglio vedere la sua preda, l’ignaro scrittore Saviano. Un uomo che parla di libri a una donna che li calpesta con le proprie chiappe.
Ma tra Groupie e Livoroso è emersa un’altra specie, meno facile da individuare, perché priva di urlante livore o idolatria. Il Fritto Misto. Persone che a vederle tutte assieme uno si chiede “ma perché?”, poi ci pensi e immagini che in qualche modo abbia senso. Dopo tutto, pure la paella è fatta con le cozze, i piselli e altra roba che difficilmente abbineresti certo di un successo. Ho pensato anche male, ho pensato che molti dei liceali presenti fossero costretti dai prof a essere lì, con qualche ricatto della serie “Domani parliamo di Saviano e non ti interrogo”. Ma poi ho parlato con una ragazzina di diciassette anni, che mi ha raccontato che stima Saviano per come scrive, ha letto i suoi libri ed è d’accordo con ciò che dice. E non la stavo interrogando, io.
Allora forse non tutti erano mandati dai prof.
Una volta fuori, mi sono confrontata coi miei amici, e non tutte le nostre considerazioni erano positive. Ci siamo detti che c'era anche tanta retorica, c’era la doverosa ruffianeria in stile “siete un pubblico meraviglioso…ehm…ehm…Springfield!” e c’era un congiuntivo sbagliato che mi ha fatto rabbrividire.
Il Fritto Misto è importante.

Ci sono anche persone che non sentono necessariamente il bisogno di scagliarsi contro qualcosa o qualcuno per mera moda, spirito di contraddizione, provocazione, cinismo o – peggio – invidia.
Persone che non sentono il bisogno di idolatrare qualcuno perché parla, perché le cose che dice sono
“pericolose”, perché “fa una vita di merda” e perché fa 10 milioni di spettatori in tv senza nemmeno spogliarsi.
Ci sono persone con una testa propria, in grado di dare la propria stima ad un autore, di riconoscerne il carisma, di starlo a sentire, ma anche di muovergli critiche, e capire quando esagera, quando è retorico, quando è lento, quando è ruffiano. “C’era bisogno che certe cose le dicesse Saviano, per dire che sono giuste?”. Certo che no. C’è differenza, infatti, tra dire “Questo è giusto perché l’ha detto Saviano” e “Saviano ha detto una cosa giusta”. La differenza, appunto, è usare la propria testa. Ascoltare, usare il cervello e poi valutare.
Cognizione di causa.

domenica 27 febbraio 2011

L'Inter e l'immortalità dell'anima


Credo sia necessaria una premessa. Non seguo il calcio, non capisco praticamente niente di calcio e il punto non è l’Inter.

L’Inter è soltanto la squadra con più tifosi tra le persone che conosco. Ed è una squadra che so che di recente ha vinto molti titoli, anzi, “tituli”.

Molte volte penso che sia vero quello che diceva Churchill: “Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Ma io a volte li invidio, i tifosi. I tifosi di cuore, quelli non virali e non violenti, quelli che ancora distinguono la differenza tra una guerra e una partita di calcio, ma per i quali una partita di calcio è più importante che per un tifoso medio.

Li invidio perché hanno qualcosa in cui credere, sempre.

I miei amici dell’Inter non sono tifosi normali. Sono proprio di quelli che distinguono la guerra da una partita di calcio, ma non sono tifosi “per sport”. Sono tifosi di cuore, di pancia. Amano la loro squadra e ci credono in modo inamovibile.

La politica non è una costante in cui credere. Se un politico non è più all’altezza di rappresentare i cittadini, non è automatico che lo si elimini dalla scena. Mentre, se un allenatore di calcio non è più all’altezza di portare una squadra a un certo livello, è quasi automatico che presto o tardi venga esonerato.

La religione, per molti, non è una costante in cui credere. Quando si prega, spesso lo si fa per comodo, in una sorta di richiesta infantile di un favore perché “ehi, tu sei Dio: non mi puoi mica negare ciò che ti sto chiedendo”, salvo poi dimenticarsi di Dio in tutti gli altri momenti. O ancora, quando succede qualcosa di brutto, spesso ci si trova a dire che Dio ci odia, probabilmente. Nel calcio è diverso: i miei amici sono devoti all’Inter anche quando non sta giocando e anche quando perde; e quando la loro vita va male, cercano conforto anche nelle prodezze di Eto’o, che possono migliorare una giornata difficile, anche se Eto’o non lo sa. Però Eto’o è tangibile, e una coppa alzata al cielo è un’iniezione di gioia pura tangibile.

E quando tutto attorno vacilla, quando la politica si sporca, i valori si sballano, o ci si guarda allo specchio e si vede quel filo di panza in più, o si notano i primi capelli bianchi, o una ragazza sbatte la porta e se ne va, i miei amici hanno sempre l’Inter.

E io li invidio. Perché loro hanno qualcosa di saldo che io non ho. Quando va bene, quando va male, è lì. E quando va bene è la loro più grande gioia, e quando va male è una rabbia unica, che però porta sempre la speranza che migliori, perché l’Inter è reale, è tangibile, è fedele.

venerdì 21 gennaio 2011

Forse non tutti sanno che...non mi sento offesa.

Del programmino che conduco in radio ho già parlato, forse anche troppo. Del fatto che ogni tanto mi inalbero, anche.

Quindi, ecco direttamente l’inizio della puntata di oggi. Perché prima o poi una cosa del genere l’avrei scritta comunque; e perché fare la fatica di scrivere, e far fare a voi la fatica di leggere? Basta finire di leggere questo piccolo preambolo, cliccare su questo link a box.net e ascoltare, se proprio non avete qualcosa di meglio da fare per i prossimi due minuti e mezzo.

Quello che ascolterete è ciò che penso io, naturalmente. L’ho detto davanti a un microfono perché so che comunque non sono la sola a pensarla in questo modo, ma lungi da me chiedere che tutti la pensino così. Bel mondo noioso, sarebbe.

martedì 4 gennaio 2011

Certificati di esistenza - Essi vivono (a prescindere)

Probabilmente mi mancano dei pezzi di cervello.
Me lo immagino come un puzzle dove mancano i pezzi che raffigurano i volti.

Io non riesco a ricordare le facce.

Ricordo un paio di dettagli, da cui poi faticosamente ricostruisco tutto. Una fossetta sulla guancia, il modo di stringere gli occhi quando si sorride, o al contrario la peculiare successione “occhi sgranati-sorriso”; oppure la piega del mento, l’aria stralunata, la fronte alta, le parentesi ai lati delle labbra. Il modo di guardare “di lato” mentre ci si titilla un boccolo. Un sorriso lento; il calore di una risata e poi – a ritroso – i muscoli che lo creano, e poi – infine – i
l volto.
L’altro
aiuto che mi concedo sono le fotografie. Ed è qui che si spiega il valore aggiunto che esse hanno per me. Ho iniziato a scattare fotografie per tante ragioni, anche per fissare il ricordo, ovvio. Ma ho iniziato a scattare fotografie anche per fissare l’esistenza stessa delle persone. Tenete a mente che è iniziato tutto ben prima della diffusione capillare dei social network. Erano tempi in cui, se uno spariva dalla tua vita, non lo potevi “seguire” più.
E per me questo significava una sola cosa: quello che ancora mi succede nella maggior parte dei casi. E cioè: tu sparisci, e la tua faccia si dissolve piano piano, ancorata a quel dettaglio che mi aiuta a ricostruire l’insieme; e poi anche quel dettaglio si scardina e succede la cosa peggiore: non esisti. Nemmeno in via retroattiva. È proprio come se non fossi mai esistito.
Passa il tempo, ti si sciacquano via i lineamenti e, quando penso a te, mi convinco di averti inventato come il più classico degli amici immaginari.
Se ci resta ancora qualche amico in comune, la sensazione è più blanda, ma se non ne rimangono…fine. È per questo che le fotografie, a tratti, diventano un’ossessione: mi serve un certificato di esistenza. Certo, come dicevo, ora – coi social network – è un po’ diverso. Ma a me serve un certificato di esistenza anche del rapporto che ho avuto con quella persona. Una nostra foto insieme, qualcosa che abbia fissato un momento in cui eravamo presenti e vivi e veri entrambi.
Reali. Sincronia.

E poi, parliamo piuttosto dell’inquietante rovescio della medaglia di ‘sti social network…Quando hai sopito un pensiero, quando la mente ha cancellato schiere di lineamenti e quando hai persuaso te stesso, in quel modo tutto tuo, di aver immaginato tutto (tutti), all’improvviso – semplicemente cazzeggiando in rete per i fatti tuoi – vedi che esistono.

Che nel frattempo sono invecchiati, ingrassati, migliorati, peggiorati, o hanno messo su famiglia…

E tu, col cervello difettato e pieno di lacune, ti ritrovi davanti agli occhi degli intimi estranei che non sai come affrontare.

Perché ti ricordi che qualcosa c’è stato, ti accorgi che ti porti dietro i loro modi di dire, le ferite, le cose che ti hanno regalato…ma sei stordito dal fatto che è come se loro non fossero comunque mai esistiti.
E vorresti ricominciare tutto da dove tutto quanto è finito, però nel frattempo magari sono passati sei anni.

E allora clicchi sulla “x”, chiudi la finestra, e provi di nuovo a fingere che nulla sia stato, scivolando nella pozza oleosa della tua memoria difettata, piena di svolazzanti certificati di esistenza chiusi in una scatola; in questo modo, almeno, sarai tu a decidere quando aprirla e quando farti scioccare ancora.
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